“The most outlaw thing that I ever done is give a good woman a ring”
da “Life Ain’t Fair And The World Is Mean”
La missione auto-proclamata da Sturgill Simpson pare sia quella di far rivivere la musica che suonavano i suoi nonni: ci riesce benissimo, perché il country dei fuorilegge non pretende certo che uno si metta a rapinare carovane o contrabbandi alcool – ma, semplicemente, che uno sia sé stesso, rispetto alla musica popolare appositamente massificata.
Sgombrato il campo da questo equivoco, Simpson, già frontman nei Sunday Valley, si dedica al suo country duro e puro, ma mai sgradevole o eccessivamente folkloristico; il genere è ormai oggetto da degustazione, e lo si capisce dal procedere quasi orchestrale, erudito dei suoi arrangiamenti di slide, in una controparte certo meno “post” delle ultime produzioni americane, da Hiss Golden Messenger a Elephant Micah.
Qualche intuizione melodica in più sarebbe magari gradita, ma il canone si sviluppa ciononostante con grande grazia e struggimento (“Water In The Well”) e con grande compostezza formale anche nelle tracce più “honky-tonk” (“You Can Have The Crown”, “Sitting Here Without You”), a ricordare la pulizia dell’ultimo di Gillian Welch e l’ispirazione e la vitalità di “Here’s To Taking It Easy” di Phosphorescent.
“High Top Mountain” si presenta, in generale, come buon disco di genere, con qualche colpo prettamente revivalista (la chiassosa Cash-ata di “Poor Rambler”) ma anche qualche caduta di stile, soprattutto nei testi, in alcuni casi un po’ dozzinali (“Hero”). Con l’umore giusto, però, strapperà senz’altro un bel sorriso.
25/06/2013
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