Quattro anni. Una pausa relativamente lunga, quando si parla dei prolifici Marillion. In effetti, quelli che erano i maggiori esponenti del cosiddetto movimento neo-progressive degli anni 80, per poi quasi ripudiarlo dal ’90 ad oggi, portava nel suo curriculum la bellezza di 16 album pubblicati in soli 26 anni, con diversi picchi anche nelle uscite più recenti; vedi l’indimenticato “Marbles” del 2004. La strana storia dei Marillion, in eterno conflitto con il loro ingombrante passato, (oggi si autodefiniscono così: “Se Pink Floyd e Radiohead avessero avuto un bambino in perenne contatto con il suo lato femminile, questo saremmo noi”), trova quindi un nuovo capitolo con “Sounds That Can’t Be Made”.
Ciò che sicuramente aveva innalzato le aspettative per questo lavoro fu la promessa di ben tre brani abbondantemente oltre i “magici” 10 minuti, sogno proibito di ogni buon fan del progressive-rock e cavallo di battaglia dei cinque ex-figli dei Genesis, non più sfoderato da quasi una decade. Altra benzina sul fuoco venne gettata quando si seppe che i celebri Real World Studios, di proprietà di un certo Peter Gabriel, sarebbero stati la casa natale dell’imminente nascituro. Infine, in molti si saranno chiesti quali sarebbero stati gli effetti dell’ormai consolidato sodalizio con il nuovo produttore Mike Hunter, succeduto all’amato “sesto componente marillico” Dave Meegan, padre di capolavori come “Brave”, “Marbles” e “Afraid of Sunlight”.
Al di là della doverosa diffidenza di trovarsi di fronte a uno specchietto per le allodole, non è un caso che in “Sounds That Can’t Be Made” siano proprio le suite a colpire maggiormente. L’apertura, con i ben 17 minuti di “Gaza”, mostra senza dubbio notevole coraggio, anche per la tematica trattata: come lascia facilmente intuire il titolo del brano, Steve “H” Hogarth in questo episodio affronta un tema scottante come il conflitto mediorientale. I toni si fanno aspri sin da subito, con la sei corde di Steve Rothery che richiama inaspettatamente, seppur velatamente, sonorità figlie di Nine Inch Nails e Tool: proiettili, esplosioni, panico e terrore compongono un quadro crudo di due popoli coinvolti in un’eterna quanto assurda lotta. Steve Hogarth si trova quindi nell’insolita veste di narratore d’attualità, descrivendo un’atroce escalation di dolore, odio e violenza:
Si capisce subito che questo nuovo lavoro possiede finalmente quella vibrante energia degna dei migliori dischi della band. Non c’è la pretesa di innovare a tutti i costi, e la prova sta nel finale di “Gaza” che si snoda nei terreni sicuri ormai da anni portati avanti dagli albionici: finale in crescendo e muro di suono che introduce l’ennesimo assolo vibrante di Rothery, per concludersi in un lungo e ossessivo mantra finale. Nessuna soluzione, solo la certezza di un incubo che prima o poi dovrà pur finire:
Ben diversa è l’altra maratona del disco, la suggestiva “Montreal”: non una canzone, ma un vero e proprio piccolo film, una minuscola autobiografia incastonata nel mare di esperienza di un gruppo di rockstar, alle prese con un viaggio in occasione del primo Marillion Weekend (storica convention biennale della band) nel centro del Quèbec, immerso nella calorosa e accogliente passione dei fan canadesi.
Al decimo minuto, con l’urlo di Hogarth su:
il brano raggiunge l’apice, dal quale non scenderà più per tutto il tempo rimanente, sfoggiando in rapida successione i migliori elementi della musica dei Marillion che si siano sentiti da 10 anni a questa parte, da suoni di fisarmonica che si affacciano timidi, rievocando per una frazione di secondo le sonorità dei gloriosi Harmonium (un possibile omaggio alla formidabile band canadese?), a un tappeto sonoro costruito dal duo Kelly/Rothery i quali, forse preda di una quantomai inaspettata nostalgia, richiamano le atmosfere gloriose di “Clutching at the Straw” e “Seasons End”, rielaborate in un moderno concetto del neo-progressive ottantiano.
Suggestiva la simmetria citata da H, il quale osserva in TV il canadese Cohen “galleggiare” nella hall londinese durante il suo show, immaginando di riflesso sé stesso scivolare sulle “delicate mani di Montreal” (desiderio tra l’altro poi realmente concretizzato la sera successiva, in un suo raro episodio di crowd surfing). Un momento di elevato spessore lirico che scaccia nuovamente l’ossessivo terrore del vocalist di Kendal di perdere la sua musa ispiratrice, sin dal lontano 1998 dove confidava in uno dei suoi più ambiziosi testi: “A chi lo andrai a raccontare quando non avrai più nulla da vendere?”.
Non raggiungeranno il livello del Peter Pan di “Marbles” o della ragazza sul ponte di “Brave”, ma questi “suoni che non possono essere realizzati” possono provocare più di una vertigine.
31/12/2012