Annoverabili nel revival new wave dello scorso decennio, i californiani She Wants Revenge si sono distinti sin qui, nei due full-length pubblicati (l’omonimo debutto del 2006 e il successivo “This Is Forever” del 2007) per un sound a metà strada tra il post-punk più darkeggiante e un synth-pop decisamente commerciale (300.000 dischi venduti nei soli Stati Uniti) e “danzereccio”.
Il nuovo lavoro “Valleyheart” segna una svolta per il duo, che abbandona in parte la componente elettronica in favore di un approccio più radio-friendly, tra indie-rock orecchiabile e la wave anni 80 più pop.
“Valleyheart” si apre con “Take The World” e “Kiss Me”, due pezzi che ammiccano ai Placebo (con i quali i nostri condivisero un tour nel 2006) e i Killers; due brani di rock molto easy, dalle sfumature dark appena accennate, che sembrano provenire dritti da una classifica “alternative” dei Nineties.
“Up In Flames”, con la sua semplice struttura, omaggia la schiettezza del glam-rock e il magnetismo languido dei Depeche Mode; “Must Be the One” è invece una dichiarazione d’amore per gli U2 di “The Joshua Tree”: l’incipit ricalca infatti non poco “Where The Streets Have No Name”, e anche la voce si avvicina in maniera smaccata a quella di Bono. Un brano che si distacca nettamente da quanto proposto dal gruppo in passato.
“Not Just A Girl” e “Little Stars” sono altri due esempi di rock melodico, forse troppo, e le atmosfere oscure si perdono del tutto con un risultato piuttosto incolore; meglio fanno i She Wants Revenge quando tornano sui sentieri battuti negli album precedenti, come in “Reasons” o in “Suck It Up”, brani che ripropongono alcuni dei trademark del gruppo, seppur in maniera più edulcorata.
In “Holiday Song” le melodie di “Valleyheart” flirtano con una dark-wave malinconica, con risultati non proprio originali ma comunque convincenti; nella conclusiva “Maybe She’s Right” la band ritorna in territori affini ai Placebo, pur mantenendo i propri tratti distintivi, in quello che è uno dei migliori episodi dell’album.
In conclusione si tratta di un lavoro piuttosto discontinuo, opera di una band ancora incerta sulla direzione musicale da intraprendere. Probabilmente il prossimo lavoro ci dirà se il gruppo proseguirà sul percorso tracciato da “Valleyheart” o se tornerà invece alle proprie origini.
Ad oggi il secondo album “This Is Forever” resta senza dubbio il loro miglior exploit; sebbene non si lo si possa definire un capolavoro (né un disco originale), “Valleyheart” potrebbe diventare l’ascolto ideale per un pre-serata “dark”, prima di andare a ballare i classici dei Depeche e dei Cure.
08/08/2011