RUBIK - Dada Bandits

2010 (Talitres)
alt-pop

La Finlandia non è certo il primo Paese a cui si pensa quando l’argomento è la musica indie, eppure negli ultimi anni qualche proposta di valore è arrivata alle orecchie dei più attenti, e chissà se altre realtà meritevoli siano rimaste completamente sconosciute fuori dai patrii confini. Sappiamo bene che, finora, chi ha avuto più fortuna in termini di riscontri internazionali sono stati i Cats On Fire, ma non mancano nomi interessanti un po’ più nascosti. Nel 2005, il twee-pop dei Sister Flo era uno dei tesori meglio nascosti in quest’ambito: il loro “Tragician’s Hat” è portatore di emozioni delicate e intense, peccato che i dischi successivi abbiano visto una sconfortante standardizzazione stilistica. Due anni fa l’indie-rock dei Laurila ha rappresentato un ottimo punto d’incontro tra adrenalina e senso della melodia, e vedremo se in questo caso le promesse saranno mantenute.
Da qualche anno sono attivi anche questi Rubik, e già il fatto che questo loro secondo disco abbia una distribuzione anche qui in Italia potrebbe essere un segnale che in questo caso ci siano più possibilità che la loro proposta giunga a un numero maggiore di appassionati. Anche perché di frecce al proprio arco ne hanno in quantità, e “Dada Bandits” riesce a essere coinvolgente non solo grazie a una spiccata solarità, ma soprattutto alla ricchezza di idee in esso contenute.

Lo stile del gruppo, composto da otto elementi, riprende la voglia – ormai sempre più in voga negli ultimi anni – di realizzare canzoni dall’impronta pop ma dalla struttura cangiante, che punta sempre a sorprendere l’ascoltatore, sia per quanto riguarda sia lo sviluppo del songwriting che per l’impostazione degli arrangiamenti. Tante band diverse tra loro per sonorità e attitudine si sono fatti portatrici di questo modo di scrivere canzoni, e il rischio che si corre nel far parte di questo ampio numero di gruppi è quello, come minimo, di essere accostati a una marea di influenze contemporanee, così da dare l’impressione di non avere nulla di proprio da dire. Bastano, però, un paio di ascolti di queste undici tracce per capire che qui le cose non stanno in questo modo.
Le idee presenti nei brani, infatti, non solo sono molte a livello quantitativo ma, soprattutto, godono di una grande ricchezza nel senso della qualità e dell’efficacia. Le orchestrazioni armoniche sono sempre di prim’ordine e mai scontate, le melodie non mancano mai di brillantezza, la voce ha un raggio di tonalità piuttosto limitato, ma riesce sempre a costituire un buon complemento alle ricercatezze strumentali. Grazie a tutti questi punti di forza, il divertimento complessivo dato dall’ascolto è coinvolgente e genuino. Le prime sette canzoni rappresentano il lato più spinto di questo florilegio, mentre le ultime quattro tirano il fiato, ma non per questo sono meno ispirate, anzi la scelta di tranquillizzarsi nell’ultima parte appare sensata per non dare la sensazione di aver voluto strafare.

Entrando più nel dettaglio, non si può fare a meno di iniziare dai girotondi tra chitarre, tastiere e fiati che sanno valorizzare allo stesso modo due canzoni dal songwriting così diverso come l’iniziale e molto articolata “Goji Berries” e la lineare “Fire Age”. A ciò si aggiunge uno spregiudicato uso del banjo in “No Escape”, mentre altri due brani sono caratterizzati da crescendo ad ampio respiro, uno dei quali ha una struttura compositiva poco convenzionale (“Radiants”), mentre l’altro invece aderisce quasi perfettamente alla forma canzone tradizionale (“Wasteland”). “You Jackal!” presenta una ritmica piacevolmente in controtempo, mentre “Indiana” è il brano più ricco di spunti: si parte con dei decisi saliscendi di intensità sonora, che variano in perenne movimento, poi a un certo punto arriva un intermezzo basato su un “gioco a due” tra basso e tromba, nel quale si inseriscono con circospezione la chitarra e la batteria, dopodiché il brano ritorna sulle proprie orme, prima dell’inaspettata esplosione di un finale praticamente punk.

Proprio questo è l’ultimo sussulto prima del declinare della parte conclusiva dell’album, nella quale la band smette di osare ma, come detto, non cessa di proporre un indie-pop di qualità. “Dada Bandits” è un lavoro da ascoltare ripetutamente per continuare a divertirsi scoprendo o riscoprendo tutte queste piacevolezze melodiche e strumentali e soprattutto la loro capacità di non essere mai fini a se stesse ma, al contrario, di rappresentare compiutamente il lato più nobile dell’intrattenimento.

11/10/2010

Tracklist

  1. Goji Berries
  2. Radiant
  3. No Escape
  4. Wasteland
  5. You Jackal!!
  6. Fire Age
  7. Indiana
  8. Richard Branson's Crash Landing
  9. Karhu Junassa
  10. Follow Us To The Edge Of The Desert
  11. Altitudes