Bell Witch

Bell Witch

Sinfonie per fantasmi

di Antonio Silvestri

Il duo fondato da Adrian Guerra e Dylan Desmond ha costruito in pochi anni una musica dall'ammaliante bellezza malinconica, unendo l'orrorifico con il poetico in una serie di composizioni estese, solenni e suggestive. Dagli esordi fino al capolavoro "Mirror Reaper" e oltre, quella dei Bell Witch è una nuova evoluzione per il doom-metal

Terrore e commozione: la musica introspettiva dei Bell Witch

 

Gli statunitensi Bell Witch, provenienti da Seattle, hanno coniato una poetica della malinconia che unisce il lugubre con il commovente, sfruttando le proporzioni colossali delle loro lente composizioni.
Nel tessere la loro ipnotica collezione di sinfonie per fantasmi hanno superato la monotonia di tanto doom-metal estremo, mantenendo viva la potenza emotiva e suggestiva della loro musica, da affiancare alla fisicità colossale del sound, che saggiamente alterna rarefazione ed esplosioni drammatiche.
In questo, si sono affermati come gli ideali eredi degli inglesi Esoteric, maestri del cosiddetto funeral-doom-metal inaugurato dai Tergothon, che già ampliarono il linguaggio di questo stile per ricollegarlo alla sua dimensione più psichica e immaginifica.
I Bell Witch hanno portato all'estremo questa traiettoria, musicando i movimenti dell'anima ed evidenziando le apparentemente contraddittorie vicinanze tra dolore, bellezza e dolcezza.

 

Stilisticamente, grazie a contaminazioni post-metal e death-metal, oltre a una dinamica ricollegabile allo sludge scheletrico dei Melvins e alla curiosa scelta di rinunciare alla chitarra elettrica, l’opera dei Bell Witch ha portato il doom-metal verso un’evoluzione che lo allontana dalla sua natura più rock e fisica, portando comunque a compimento quell’esplorazione del minaccioso incombere del destino avverso che è alla base del genere sin dalla sua fondazione, indipendentemente che la si riconduca ai primi esperimenti dei Black Sabbath o a successive formazioni quali Pentagram, St. Vitus o Candlemass.
Con l’opera dei Bell Witch il doom-metal entra in una dimensione profondamente introspettiva e lirica, in cui la liturgia funebre diventa immersione nell’abisso, tanto da suggerire accostamenti più alle cattedrali sonore dei Sunn O))) che ai classici del genere degli anni Ottanta o Novanta.

Bramosia e fantasmi: i primi anni (2010 - 2015)

 

bellwitchbody2_01Il duo nasce nel 2010, formato dal batterista e cantante Adrian Guerra e dal bassista e cantante Dylan Desmond.
Per il nome si ispirano alla storia della strega dei Bell, una delle leggende più famose del folklore statunitense, che ruota attorno alle vicissitudini della famiglia Bell, agricoltori del Tennessee: dal 1817 al 1821 si sarebbero registrati alcuni attacchi da parte di un’entità misteriosa e mutaforma, la cui presenza è annunciata da eventi inspiegabili, come da tradizione gotica: cigolii, suoni di catene, lenzuola tirate giù dai letti dei familiari dormienti, strani e inaspettati disturbi fisici e persino aggressioni sotto forma di capelli tirati, graffi, schiaffi, pizzichi e punture.
La notizia della strega si diffonde, di bocca in bocca, anche nei paesi limitrofi e il suo impatto sulla cultura nordamericana è tanto forte che attraversa tutto l’Ottocento e il Novecento, collezionando nuovi avvistamenti, fatti inspiegabili e interpretazioni.
Dal 1999, con il mockumentary horror “The Blair Witch Project”, anche l’industria cinematografica ha deciso di interpretare, con le sue tipiche libertà e spettacolarizzazioni, questa storia da brividi.
In ambito musicale, sono i danesi Mercyful Fate a pubblicare il più famoso tributo alla leggenda, il brano “The Bell Witch” (1993), prima che a scegliere il nome Bell Witch fossero, appunto, Desmond e Guerra.

 

La carriera inizia con la pubblicazione di un demo, Bell Witch (2011), con in copertina una misteriosa figura femminile senza volto; è costruito attorno a due brani estesi, di 11 minuti e mezzo e 18 minuti e mezzo.
Il primo, “I Wait”, è paradigmatico del loro stile: il passo lento, le figure di basso che arricchiscono la marcia funebre di vibranti melodie, il diradarsi e addensarsi dell'arrangiamento, l'alternarsi delle voci e dei loro stili più aggressivi e più salmodianti. Il climax finale è un primo vertice di suggestione ipnotica.
Il secondo, “Mayknow”, è ancora più lirico, intonato dalla voce al secondo minuto con compostezza sacrale, prima di ridursi a sussurro e da qui ricostruirsi fino a un ruggito abissale, un ferale doom-metal che comunque ritrova equilibrio grazie alle melodie del basso, voce poetica nel gorgo abissale. Al decimo minuto il rallentamento si fa stasi, richiamando persino le atrocità dei Khanate, prima che ritorni la voce poetica del basso, cullante e malinconico, a rilanciare lentamente il canto sacro ascoltato in apertura, ora rinforzato da un arrangiamento più imponente e reso più incalzante da ritmi più dinamici della batteria.

bellwitchbody5Gli oscuri presagi suggeriti dal demo, già attraversato da una malinconia asfissiante, bastano a convincere la Profound Lore (etichetta di altri rinnovatori del metal quali Agalloch, Alcest, Locrian, Pallbearer, Portal, Pyramids e molti altri) a pubblicare un album, Longing, arrivato al pubblico nel 2012.
In copertina, una riproduzione della casa di campagna dei Bell e un’entità invisibile e ultraterrena, con ogni probabilità la strega della leggenda.
I quattro componimenti principali sono tutti oltre i 12 minuti, con la più breve “Beneath The Mask” (ripresa dal demo e comprendente un dialogo del film del 1964 “La maschera della morte rossa” di Roger Corman) e la chiusura a fungere da brevi elementi di contorno.
L’intero album è caratterizzato da un tono tragico, addolcito da una malinconia sconfinata, tanto struggente da rilevare una sua dolorosa bellezza. Le voci dei due titolari si alternano tra spunti spettrali e soluzioni liturgiche, persino gregoriane e sacrali, mentre il basso domina l’arrangiamento e la batteria esplode con intensità drammatica.
Apre la sconfinata "Bails (Of Flesh)", un canto disperato del basso poi lasciato sfumare in un doom funebre, stentoreo e solenne, dal quale risorge più struggente ed espressivo al quarto minuto. L'entrata del growl è un momento di puro terrore, un vento gelido che travolge l'ascoltatore mentre la trenodia prosegue, toccando un nuovo vertice nello spaventoso rallentamento del sesto minuto. Rischiarato in un pensoso cullarsi, uno slo-core notturno, il brano trova nel canto, nella melodia e nella successiva loro armonizzazione un dolce abbandono che porta fino al quindicesimo minuto, quando il baratro dell'abisso si spalanca nuovamente per un doom brutale, guidato dal growl che conduce fino alla conclusione, dopo quasi 21 minuti.
I 13 minuti di "Rows (Of Endless Waves)" aprono nel più esplosivo e asfissiante doom-metal per rischiarare velocemente verso un'elegia in punta di piedi, che arriva a sussurrare prima di intorbidire, procedendo verso la notte più profonda per recitare una poesia apocalittica. "Longing (The River Of Ash)" stoppa il basso distorto per esasperare la desolazione, lasciando la melodia a vagare nelle pause prima che un canto liturgico al rallentatore descriva la visione onirica e inquietante di un fiume di cenere.
Fra i brani estesi ritroviamo anche "I Wait", già ascoltata nel demo.
Erik Moggridge, conosciuto come Aerial Ruin, compare alla voce aggiuntiva in “Rows (of Endless Waves)”: è la prima tappa di una collaborazione destinata ad avere seguito.

 

bellwitchbody3Attirata l'attenzione di un pubblico assai più ampio di quello solitamente interessato al funeral-doom-metal, i Bell Witch ritornano con l'ancora più imponente Four Phantoms (2015), diviso in quattro brani estesi: due superano i venti minuti, due rimangono intorno ai dieci.
Sono peraltro appaiati, a suggerire una struttura a due suite, intrecciata. "Suffocation, A Burial: I – Awoken (Breathing Teeth)" e "Suffocation, A Drowning: II – Somniloquy (The Distance Of Forever)", 45 minuti in tutto, sono da soli una sinfonia per fantasmi. Aperta da un altro grande momento di lirismo del basso, è un gorgo di distorsioni e growl che toglie il fiato e prosegue per i primi nove minuti, quando il basso solitario disegna una melodia notturna che si schianta, poi, al dodicesimo minuto: un riff colossale del basso e una batteria devastante sorreggono un grido disperato.
Dopo aver diradato appena l'arrangiamento per fare spazio a un assolo melodico dalla lentezza solenne, infine raggiunto dal growl, la prima parte si conclude con una voce melodica che sovrasta il mare di feedback e sgomita tra i tonfi catastrofici della batteria.
La seconda parte si apre in un canto che pare emerso dalle sabbie del tempo, ancestrale. Dopo alcuni minuti di assordante doom-metal, la voce intona un malinconico canto per dannati, sconfinatamente disperato ("Drowning in skin, again and again") e poi rabbiosamente dolente e inquieto, con il ritmo che raddoppia e configura un death-metal al rallentatore prima che la rassegnazione ritorni a regnare, in un lento dipanarsi verso l'eternità ("The Distance Of Forever"). Che sia un tempo della psiche, surreale e sconfinato, è evidenziato dal ritornare del canto ancestrale iniziale per la conclusione.
Dopo una simile cattedrale sonora, la suite composta da "Judgement, In Fire: I – Garden (Of Blooming Ash)" e "Judgement, In Air: II – Felled (In Howling Wind)", con i suoi 21 minuti, appare sminuita. In generale, indulge su toni più spiccatamente orrorifici o gotici, con l'arrangiamento che arriva a suggerire miasmi ectoplasmatici e sibili soprannaturali ai limiti dell'allucinazione. Rimane fondamentale il peso melodico del basso distorto, che culla nella malinconia l'ascoltatore mentre la voce descrive un tormento senza fine ("Fall, forever and again") che finisce per ammalare l'intero arrangiamento, schiantato infine in un drone.

 

Four Phantoms è un'esperienza che stordisce nei volumi mentre conquista il cuore con le melodie, gli affranti testi, le grida scarnificate e i ruggiti bestiali.
Non è semplice estetica dell'orrore, piuttosto un'esplorazione alla fine della notte, che vaga nei meandri bui della mente d'incubo, nelle pieghe della malinconia più profonda.
Espandendo il già ambizioso Longing, che ha inaugurato lo stile perdendosi in qualche passaggio meno compiuto, questo secondo album esprime l'ambizione di spingersi verso composizioni estese e complesse, dallo svolgimento rallentato.

La morte di Adrian Guerra e Mirror Reaper (2016 - 2017)

 

bellwitchbody1La relazione tra Desmond e Guerra si è fatta più difficile nel corso dello sviluppo di Four Phantoms, soprattutto a causa dell’abuso di alcol di quest’ultimo. Subentra al suo posto Jesse Shreibman, amico di Desmond e già impegnato nel mixaggio dal vivo e come road manager. Nel 2016 Adrian Guerra muore ad appena 36 anni, per un infarto.
Il duo decide così di interrompere la composizione del nuovo album, per elaborare la grave perdita. Nel 2017, dopo aver deciso di proseguire l’esperienza dei Bell Witch, completa il terzo album, Mirror Reaper.
Pubblicato a fine ottobre e risultato dell’elaborazione della perdita del batterista, consta di un’unica composizione della clamorosa durata di 83 minuti, che comprende al suo interno anche una parte delle registrazioni vocali di Guerra, scartate dal precedente album.
Presentato da una sbalorditiva copertina dell’artista polacco Mariusz Lewandowski, un dipinto, intitolato “Essence Of Freedom”, chiaramente ispirato dalle opere inquietanti di Zdzisław Beksiński, Mirror Reaper utilizza basso e batteria come elementi principali dell’arrangiamento, con quattro voci ad alternarsi: Jesse Sheibman propone un growl drammatico, Desmond canta in clean, Erik Moggridge compare nel finale per una chiusura rasserenante e, nel momento forse più toccante nella sconfinata composizione, la voce di Andrea Guerra torna dall’aldilà attraverso le già citate registrazioni d’archivio. Un organo Hammond, suonato da Shreibman, si aggiunge in alcuni passaggi.
Dal punto di vista compositivo, Mirror Reaper è il compimento dell’estetica della formazione, un suggestivo elogio funebre che esplora il confine fra vita e morte, tra dolcissima luce e sconfinato buio. Il basso di Desmond è protagonista più che mai, sin dall’apertura raccolta e poetica dei primi minuti. La malinconia diventa dramma nella lunga marcia funebre che segue, nella quale l’imponente muro di distorsioni è illuminato dalla flebile luce di un canto che, emergendo con un growl abissale, ascende poi in un’invocazione sacrale, una liturgia che echeggia nella notte impenetrabile, che si dipana lentissima, placida e ineluttabile.
Ancora una volta, più che di una poetica dell’atrocità del dolore, la musica dei Bell Witch rifulge di una ammaliante bellezza malinconica, una sfumatura che dona profondità alla trenodia allontanandola dall’orrorifico di bassa lega, verso un’esplorazione che ha del lirismo, quando non addirittura del filosofico.
Conclusa idealmente la prima parte dopo 17 minuti, etichettata sul doppio vinile come “As”, inizia la seconda, “Above”, di 21 minuti. Ripartendo dalla melodia d’apertura, ancor più fragile alla sua seconda esposizione, la musica rallenta e affievolisce fino a diventare pura suggestione in una tenera e dolente preghiera sussurrata dal basso in totale solitudine di Desmond, voce solitaria di un duo mutilato. Questo flebile soliloquio diventa un pensoso rimuginare, circolare e ipnotico, che ha il potere suggestivo delle lucciole in piena notte: i contorni di quel che suggerisce stanno più nella mente di chi ascolta che nella realtà oggettiva; i fantasmi che si delineano tra le ombre sono manifestazioni del proprio vissuto interiore. Le voci sacrali ritornano, così come il growl e anche la batteria, a segnare una nuova e dolorosa immersione nell’abisso, completata intorno al ventinovesimo minuto. Ancora una volta, però, allo spasmo del lutto segue un climax malinconico, che alleggerisce l’arrangiamento attraverso le melodie del basso elettrico, che copre l’intera coda di “Above” facendo trapelare qualche timida sfumatura di luce nelle tenebre.
La terza sezione, indicata nel doppio vinile come “So”, inizia subito dopo, anche se nella versione in doppio compact-disc la scansione è tutta differente. Sia come sia, quella che segue è una sezione più melodica e solenne, in cui il growl interviene più come lamento che come ruggito, anche affiancato dal canto liturgico, fino al climax che si conclude al minuto 48.
Tornato il soliloquio di basso, ormai un gocciolio esanime che è più pianto che preghiera, Mirror Reaper si appresta a toccare le corde più profonde, con la voce che arriva in punta di piedi, lontana e irreale come quella di un fantasma, ricolma di una malinconia commovente. Un canto d’oltretomba, fuori dal tempo e al confine fra due mondi, un’allucinazione uditiva che ricongiunge metaforicamente Desmond e Guerra superando il confine della morte: lo specchio del titolo diventa un portale, una membrana attraversabile proprio nel buio più intenso, al confine ultimo della percezione.
“Below”, che chiude il secondo vinile, si rinvigorisce dopo i primi minuti, innalzando un inno funebre maestoso e lentissimo e riprendendo infine il tema del basso prima di una fragilissima coda: un’ultima elegia che nei secondi finali cantati è rischiarata da un frammento melodico che è il primo miracoloso raggio dell’alba, dopo la sconfinata notte.

 

Il successo presso la critica di Mirror Reaper è un caso unico nella storia del doom-metal estremo, con le principali riviste che ne parlano come di uno degli album dell’anno: da Rolling Stone a Metal Hammer, da PopMatters a The Quietus. L’aggregatore di recensioni Metacritic certifica un generale entusiasmo, quantificato in un ottimo metascore di 85/100.
La musica popolare non è certamente nuova agli album che elaborano, in modo più o meno centrale, un grave lutto, spesso nella forma cantautorale dei vari “A Crow Looked At Me” (sempre del 2017), “Skeleton Tree” (2016) o “Carrie & Lowell” (2015), solo per fare esempi contemporanei di Mirror Reaper. La differenza è che quest’ultimo proviene da una nicchia e un'estetica sconosciute alla maggior parte del pubblico.
Difficile immaginare che, chiunque voglia far evolvere questo stile dopo il 2017, possa ignorare quanto proposto da Mirror Reaper, che è destinato a rimanere un punto di riferimento per il funeral-doom-metal e i cui riflessi si possono rintracciare in molti album successivi, per esempio “Obliviosus” dei MSW e “Stygian” degli Atramentus.

Vita dopo la morte: Stygian Bough (dal 2018 in poi)

 

bellwitchbody5_01Erik Moggridge aka Aerial Ruin partecipa in un ruolo di maggior importanza al successore di Mirror Reaper, Stygian Bough Volume I (2020), dove può praticare il suo dark-folk spettrale nella cornice del doom-metal funebre dei Bell Witch. Con l’inserimento della chitarra di Moggridge, la formula risulta meno desolante e più facilmente riconducibile ai trascorsi dei Candlemass, sin dall’iniziale “The Bastard Wind”, di 19 minuti. “Heaven Torn Low” impiega però 12 minuti a superare il dark-folk iniziale, facendo seguire un doom-metal non particolarmente originale per la band.
"The Unbodied Air", di oltre 19 minuti, apre con il doom-metal per poi affondare nell’atmosferico incorporeo già ascoltato nella seconda metà di Mirror Reaper e chiudere con una solenne e tragica marcia.
Ispirato da "Il ramo d'oro" di James Frazer, Stygian Bough Volume I sembra incapace di ritrovare la struggente forza dell'album precedente e finisce per diluire la propria carica emotiva, ripercorrendo o banalizzando alcune di quelle intuizioni. È, comprensibilmente, un album che fotografa una formazione ancora alla ricerca di un nuovo equilibrio, di una vita dopo la morte.

 

Solo il proseguire del progetto, il cui titolo suggerisce successivi volumi, e un eventuale nuovo album del duo superstite potranno dirci se i Bell Witch riusciranno a evolvere oltre il loro capolavoro Mirror Reaper. Quel che conta è che la loro musica ha già lasciato un segno in chi l'ha ascoltata, come sanno fare solo i racconti popolari più suggestivi, quelli che colpiscono l'immaginazione e si fanno ricordare nel tempo, come la misteriosa, secolare, storia della strega dei Bell.

 

Le immagini inserite nel corpo del testo sono dipinti di Mariusz Lewandowski, morto nel luglio del 2022. In seguito alla copertina di "Mirror Reaper" era diventato uno degli artisti più richiesti dalle band metal

Bell Witch

Sinfonie per fantasmi

di Antonio Silvestri

Il duo fondato da Adrian Guerra e Dylan Desmond ha costruito in pochi anni una musica dall'ammaliante bellezza malinconica, unendo l'orrorifico con il poetico in una serie di composizioni estese, solenni e suggestive. Dagli esordi fino al capolavoro "Mirror Reaper" e oltre, quella dei Bell Witch è una nuova evoluzione per il doom-metal
Bell Witch
Discografia
 Bell Witch (varie, 2011)
  Longing (Profound Lore, 2012)
Four Phantoms (Profound Lore, 2015)
Mirror Reaper (Profound Lore, 2017)
 Stygian Bough Volume I (con Aerial Ruin, Profound Lore, 2020)
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