Ci sono dischi che, con il tempo, smettono di appartenere solo a chi li ha scritti per diventare patrimonio collettivo. È il caso di "Socialismo Tascabile", debutto degli Offlaga Disco Pax uscito nel 2005, che oggi - a distanza di vent’anni - torna a risuonare in un tour che ha registrato sold-out ovunque, con date raddoppiate per accogliere un pubblico che non solo non ha dimenticato, ma che si è addirittura moltiplicato. Max Collini, voce narrante e cuore politico del collettivo emiliano, ci accoglie in questa lunga conversazione che attraversa non solo il ritorno degli Offlaga, ma anche i suoi percorsi paralleli, dagli Spartiti alla carriera da monologhista, fino a riflessioni più ampie sull’Italia di oggi, i social, la memoria storica, la toponomastica e il senso della parola antifascismo nel 2025.
Vent'anni dopo
C’è un grande entusiasmo riguardo a questo tour, sold-out ovunque, con anche date raddoppiate per accontentare il pubblico. Com'è stata questa prima parte del tour, in attesa che annunciate le date dell'estivo?
Guarda, io e Daniele abbiamo immaginato questo tour per un solo motivo: volevamo risuonare le nostre canzoni. È una cosa che non facevamo da tanti anni. Canzoni che, di fatto, ci hanno cambiato la vita. Prima di pubblicare "Socialismo Tascabile", nessuno di noi immaginava di potere avere una carriera artistica. Quel disco, invece, ci ha proiettati in una dimensione che non avevamo ancora vissuto. Io, personalmente, non avevo fatto nulla prima in ambito artistico. Il mio primo concerto l’ho fatto nel 2003, a 36 anni compiuti. Ho iniziato nel momento in cui molti smettono. Enrico e Daniele suonavano già, avevano avuto dei gruppi, ma nessuno di noi aveva grandi ambizioni. L’uscita del disco, nel 2005, ha cambiato tutto: ci ha dato una direzione e aperto una possibilità concreta. Su quella possibilità abbiamo costruito dieci anni di tour, dischi, concerti, e soprattutto un rapporto con il pubblico. Quindi l’idea del tour è nata dalla voglia di celebrare quel disco, anche approfittando di una scusa simbolica - i vent’anni - e di risuonare quelle canzoni, quelle ambizioni. Pensavamo a qualcosa di semplice: qualche club, rivedere un po’ di vecchi amici, una sorta di rimpatriata. Quello che non ci aspettavamo è stato il riscontro: in questi dieci anni, senza che ce ne accorgessimo, sono successe cose che non conoscevamo. Probabilmente nuove generazioni hanno scoperto quel disco, ma non hanno mai avuto occasione di sentirlo dal vivo. Il risultato è che oggi i numeri sono il doppio, a volte anche il triplo, rispetto a quelli che avevamo negli anni migliori degli Offlaga, tra il 2008 e il 2010. Una cosa che ci ha colto completamente impreparati, ma che ci rende enormemente felici.
Ci sono molti giovani ai concerti?
Ero convinto che saremmo tornati a suonare per dei lupi grigi, diciamo la mia generazione o quella immediatamente successiva, il pubblico che aveva 25, 30 anni ai tempi e che oggi inevitabilmente ne ha 45, 50, o anche di più. E in effetti, quelle persone sono tornate, ho rivisto volti che non vedevo da anni, ed è stato bellissimo. Quello che però non mi aspettavo, per niente, è stata la presenza dei venticinquenni, dei trentenni, degli universitari, e persino dei liceali. Mi è capitato più volte di trovare in prima fila ragazze e ragazzi di 18, 19, 20 anni. Un pubblico che già vent’anni fa facevamo fatica a intercettare. I nostri erano già allora dischi pensati almeno per studenti universitari. I liceali praticamente non li vedevamo, mentre oggi sì. Credo che ci sia una carenza di contenuti nella musica contemporanea, e questo - anche se parliamo di una nicchia, di una minoranza - spinge alcune persone a cercare quei contenuti altrove. Se non li trovi nelle cose di oggi, vai a cercarli in quelle di ieri. Altrimenti non riesco a spiegarmi perché un diciottenne o un ventenne venga a vedere gli Offlaga e conosca tutti i testi a memoria. Mi capita davvero di trovarmi davanti a un pubblico giovanissimo che urla le parole meglio di me, che, per inciso, ho bisogno del leggio per ricordarmele...
C'è qualche aneddoto, qualche incontro che puoi già ricordare del tour?
A Roncade, per esempio, in Veneto, abbiamo fatto un concerto sold-out in una sala da 800 posti. Dopo lo spettacolo si è fermato a parlare con me un ragazzo giovane, avrà avuto una ventina d’anni. Mi ha raccontato che da adolescente era stato completamente assorbito dall’ambiente della destra leghista. E poi, non si sa come, è arrivato ad ascoltare gli Offlaga. Questo, insieme ad altre esperienze che ha fatto, lo ha portato su un’altra strada. Devo dire che questa cosa mi ha quasi spaventato, nel senso che non abbiamo mai avuto un approccio pedagogico alla musica che facciamo. Ma se qualcuno si avvicina a certi contenuti proprio grazie a quello che facciamo, è una cosa molto bella. In un'altra occasione una professoressa mi ha detto che quando tratta alcuni temi di storia contemporanea in classe, fa leggere o ascoltare “Robespierre”. Così i ragazzi si incuriosiscono e poi vanno a cercare su Google i riferimenti presenti nel brano, per capire di cosa si sta parlando. Ecco, queste cose qui fanno effetto.
Robespierre, caramelle cinnamon e altre metafore pop
Una chiave di lettura potrebbe essere quella che gli Offlaga Disco Pax hanno anche a loro modo, una scrittura pop. Sei d'accordo ?
Credo che i riferimenti nei nostri testi siano pop, in quanto sono legati a oggetti della vita quotidiana ed esperienze personali. Racconto storie minime e autobiografiche che parlano al cuore di chi ha vissuto cose simili. Questa è la forza della musica pop: l'identificazione. Molti mi dicono che le nostre canzoni riflettono i loro stati d'animo. Anche se noi non facciamo canzoni pop classiche, il nostro pubblico si riconosce nelle narrazioni e nel tessuto sonoro.
Alcune di queste immagini hanno una loro densità che fa scattare una memoria diversa da quella razionale. Prendi ad esempio l’immagine della televisione che capta TeleCapodistria, in "Cinnamon". La scena non è molto differente da quella di una persona che oggi cerca di smanettare su Internet per intercettare una qualche onda anomala che gli che gli porti un contenuto che gli somigli. In questo modo diventa qualcosa di trasversale alle generazioni. Probabilmente è questo che aggrega.
Parafrasando il titolo di un tuo libro, lo potremmo chiamare "antifascismo senza retorica"?
Mi piace molto questa analogia tra me che guardavo TeleCapodistria dieci anni fa, e un liceale che oggi smanetta sul computer per cercare qualcosa di diverso da tutto quello che gli propinano. È lo stesso spirito, alla fine. Anche io cercavo qualcosa che venisse da lontano, quasi inimmaginabile. Oggi le informazioni sono ovunque, ce ne sono molte più di quante ne avessi io da ragazzo. Però c'è anche un rumore di fondo enorme. Se da questo rumore emergono cose come gli Offlaga, qualcosa vorrà pur dire. Di sicuro, il pubblico che viene ai nostri concerti ha una certa consapevolezza culturale, sociale, politica e conosce già i nostri brani, anche solo per averli ascoltati su qualche piattaforma.
Un collettivo neosensibilista
Mi spieghi la definizione “collettivo neosensibilista contrario alla democrazia nei sentimenti”? Quando avete iniziato a chiamarvi così?
È uno slogan che mi è venuto spontaneamente ed è stato uno dei primi elementi identificativi del progetto. L'idea di identità collettiva mi è sempre piaciuta molto. Tre individui di sesso maschile, tutti con un ruolo creativo, che però devono andare d'accordo. Provo a spiegare anche “contrario alla democrazia nei sentimenti”. La democrazia si basa sul principio del 50% più uno. Ma in una relazione sentimentale - in una coppia, quindi tra due persone - il 50% più uno equivale al 100%. Se siamo in due, il 100% siamo noi due insieme, e il 50% è uno solo. In pratica, il consenso totale in amore lo ottenevano solo i regimi: quelli granitici, come il regime bulgaro o la Cina maoista, dove si votava con il 99,99% dei consensi. Ecco il punto: i sentimenti non funzionano secondo logiche democratiche, perché i sentimenti sono dittature. Quando ami o sei amato, non c'è mediazione, non c'è voto: c'è solo assoluto.
In “Sensibile”, tratto dall'album "Bachelite", scrivi: "la parola 'sensibile' resta dubbia e ambivalente/Come il coinvolgimento dei NAR per i fatti del 2 agosto 1980/Francesca Mambro è citata nei ringraziamenti di un disco intitolato/'Abbiamo pazientato 40 anni, ora basta!'. Sensibili anche loro”...
Io per quella canzone ho preso un pugno in faccia che mi ha steso, ho rischiato di lasciare un occhio per terra. Nel 2013, durante un concerto dei Massimo Volume, sono stato aggredito nel backstage da Dario Parisini. Io non lo conoscevo affatto. A quanto pare, anni dopo l'uscita di quel disco dei Disciplinatha, lui aveva deciso che quella fosse l'occasione per regolare qualche conto personale. Mentre stavo parlando con Emidio Clementi, mi si è avvicinato, senza dire nulla, e mi ha tirato un pugno in faccia. Mi ha steso e poi è scappato. Non si è mai scusato, non si è mai fatto vivo. Io ho scelto di non denunciarlo, anche se l’episodio è avvenuto davanti a una ventina di persone. Avrei potuto farlo, certo. Ma alla fine ho lasciato perdere. È morto un paio d’anni fa, quindi forse oggi non ha neanche senso tornarci su. Il punto è che quel disco, in cui il suo gruppo diceva cose come "non siamo fascisti, siamo buoni", rifletteva più un'estetica che una reale presa di posizione. Il vero punto riguarda il linguaggio. Il tema è sempre quello: l’uso sconsiderato delle parole. C’è sarcasmo, c’è iperbole, certo, ma l’idea che le parole contino è fondamentale. Nanni Moretti, ad esempio, ci ha costruito una carriera.
Dittature e libertà
Eppure l’importanza data alle parole viene ultimamente tacciata di essere una via per limitare la libertà di espressione. Come la mettiamo?
Che è vero esattamente il contrario. Le persone che danno importanza alle parole vorrebbero che tutti lo facessero, perché le parole hanno un peso e spesso sono pietre: possono fare male. Invece oggi, se usi un certo modo di esprimerti rispettoso e inclusivo, che in qualche modo tenga conto di differenze e di complessità, passi per uno che vuole imporre qualcosa. Di contro, viene invocata una libertà di espressione per cui si può dire tutto quello che si vuole, compresi gli insulti, compreso il linguaggio meno inclusivo possibile, più offensivo possibile, ma guai a farlo notare.
Colpa anche dei social?
I social rappresentano l’elemento fondante su cui si costruiscono oggi molte discussioni, spesso profondamente ideologiche. Nella mia esperienza personale ho potuto osservare come la radicalizzazione degli ambienti digitali sia anche frutto della capacità, da parte di certi politici o influencer - soprattutto di estrema destra - di veicolare parole d’ordine semplici e immediate, mentre a sinistra, dove c’è più complessità e riflessione, diventa molto più difficile trovare una sintesi comunicativa efficace. Manca spesso un linguaggio diretto. Questo nonostante il fatto che, sì, i concetti portati avanti dall’estrema destra siano spesso vuoti, superficiali, ma funzionano proprio perché sono facili da comprendere: poche parole, slogan d’impatto. Prendiamo il termine woke, per esempio. Ma che significa davvero? È diventato quasi una moda dire "la dittatura del woke", ma cosa sarebbe? La dittatura del fatto che io voglio essere più inclusivo verso le minoranze? Che voglio essere empatico verso esperienze e culture diverse dalla mia? Se questa è una dittatura, allora forse dobbiamo rivedere cosa intendiamo per libertà. Perché spesso, dietro queste polemiche, si nasconde una realtà inquietante: discriminare costa poco e dà un sacco di risultato nel breve periodo, perché concedi alle persone l’idea che possano dire quello che vogliono, senza vergognarsi di nessun pregiudizio. Ma nel lungo periodo contano l'economia, l'occupazione. E allora magari sarà sufficiente andare a votare per cambiare l'aria che tira. Mi basta guardare il governo spagnolo, insomma, dove le politiche, e i risultati, sono diversi anche in termini economici.
Ok, ma un musicista non dovrebbe pensare solo a suonare, un cantante a cantare, e via dicendo?
Il mondo che ci circonda chiederebbe questo. In una società incentrata sull'individualismo e sulla difesa del sé e della ristretta cerchia personale, i testi delle canzoni riflettono questa chiusura e atomizzazione sociale. Per questo parlano del tempo. Nelle ultime edizioni, Sanremo sembrava sponsorizzato da un'azienda meteo. Tutti i testi parlavano di pioggia, sole, vento, neve, pur di riempire contenuti vuoti, utilizzando elementi più o meno simbolici. Però anche questo alla lunga stanca. Non è un caso che quest'anno cantautori come Brunori e Lucio Corsi siano arrivati ai primi posti. Le loro canzoni, non proprio standard né sanremesi, avevano qualcosa da dire. Un artista non deve adeguarsi al pensiero di nessuno, nemmeno a quello del suo pubblico. Guarda Vasco Rossi: il suo pubblico probabilmente la pensa diversamente da lui. Magari si trova in una posizione in cui se lo può permettere, ma comunque il lavoro che sta facendo su alcuni valori, alcuni temi, me lo fa stare molto simpatico.
Prove tecniche di formazione
Tornando agli Offlaga, come è stata l’interazione con il nuovo membro Mattia Ferrarini, che ha raccolto l’eredità di un bravissimo musicista e caro amico scomparso come Enrico Fontanelli?
Siamo ripartiti da dove avevamo lasciato, cercando di ricreare il suono dei nostri concerti di allora. Abbiamo anche usato molti degli strumenti originali di Enrico. Mattia suona il suo basso, le sue tastiere. Allo stesso tempo, però, gli abbiamo lasciato la libertà di reinterpretare personalmente quei suoni e quelle canzoni. Non abbiamo voluto fare un’operazione puramente archeologica. In alcuni brani, per esempio, in passato usavamo delle basi pre-registrate, mentre oggi le abbiamo sostituite con sequenze programmate in diretta, un lavoro fatto con le macchine, ma dal vivo. Questo ha dato più ricchezza e varietà ai live. Mattia ha fatto un ottimo lavoro. Avremmo potuto scegliere una via più semplice: prendere un turnista, dargli il disco da imparare e preparare tutto in una settimana. Mattia è come noi quando abbiamo iniziato: appassionato, senza una grande carriera alle spalle, ma con un ascolto profondo, una sensibilità, un modo tutto suo di fare le cose.
Vi è venuta voglia, in questo periodo in tour, di lavorare a materiale nuovo?
E’ una domanda senza risposta, perché di materiale nuovo non ce n’è, ma non c'è mai stato neanche il tempo di pensarci. Il nostro obiettivo è riproporre nel giro di qualche mese il miglior concerto possibile. Il rispetto per il nostro repertorio deve essere assoluto, non presenteremmo mai un brano che non siamo in grado di suonare adeguatamente. A questo si aggiunge il senso di responsabilità verso un pubblico molto numeroso. Mi sembra difficile anche l'idea di affrontare, dopo tutto questo tour, del materiale nuovo, però chissà… certamente, comunque, mi piacerebbe fare un disco nuovo di Max Collini.
Dagli Offlaga... agli Offlaga
Dietro questo ritorno c’è anche il tuo percorso da solista e con gli Spartiti?
Quando gli Offlaga si sono sciolti, avrei potuto chiudere tutto lì, sciogliere anche me stesso, perché prima non facevo niente di simile e avrei potuto semplicemente tornare a non farlo. Ma il punto è che con gli Offlaga, per dieci anni, ho scoperto la possibilità di esprimermi attraverso gli spettacoli, e volevo continuare. Ovviamente era una dimensione diversa. Senza una band sapevo benissimo che non avrei mai raggiunto gli stessi numeri. Ma non è mai stato un problema per me: fa parte del gioco. Ho fatto tante cose. I dischi con Jukka Reverberi sotto il nome Spartiti sono stati fondamentali per continuare a percepirmi come artista, anche se piccolo. Poi, quando Jukka è tornato a lavorare a pieno ritmo con i Giardini di Mirò, si è creato uno spazio vuoto che mi ha spinto a reinventarmi come monologhista. I due tour, “Max Collini legge L’indie”, e “Storie di antifascismo senza retorica”, sono andati molto bene, il secondo è diventato anche un libro, che ha venduto 5.000 copie. Certo, i numeri contano, ma più che altro è stato un modo per esplorare un altro lato di me. Il mio lavoro da solista, o con gli Spartiti, ha mantenuto un legame con il pubblico. Forse se non ci fosse stato quel legame, non ci sarebbe stato nemmeno questo ritorno.
Che bilancio trai dell’esperienza come Spartiti, a distanza di qualche tempo?
È stata fondamentale. Mi ha permesso di ripensarmi, di lavorare in altri modi, con un musicista diverso, riuscendo comunque. Non sono un cantautore classico, sono uno scrittore di testi. E Spartiti mi ha dato la possibilità di esprimermi in una forma nuova, in un dialogo artistico che ha funzionato. E poi c’è il punto di vista personale e umano. Jukka è uno dei pochi amici veri che ho. Quando ho dei dubbi, dei momenti di difficoltà rispetto a certe cose che succedono intorno a me, confrontarmi con lui è sempre un momento prezioso. Ci sentiamo spesso, anche se magari non ci vediamo tanto. Ma il contatto è costante. Lui e Arturo Bertoldi - con cui ho scritto “Storie di antifascismo senza retorica” - rappresentano dei punti di riferimento per me: culturale, sociale, politico.
Luoghi, futuro e memoria
La toponomastica, adesso che stai di nuovo girando l'Italia con loro e comunque l'hai girata tantissimo con gli spettacoli di cui abbiamo parlato, è cambiata dai tempi di “Piccola Pietroburgo”? La provincia conserva ancora quella identità di custode di uno spirito socialista?
Secondo me, uno dei problemi più drammatici della provincia, oggi, è lo spopolamento giovanile. Ogni volta che mi capita di andare in una città di provincia, mi emoziona ancora vedere certe tracce del passato. Magari non c’è sempre una via Berlinguer, ma via Togliatti sì, quella c’è quasi ovunque. Poi però mi rendo conto che mancano i giovani che si chiedano anche solo: “Chi era Togliatti?”. E questo perché non ci sono più, sono andati via. I nomi delle vie non si cambiano - non tanto per motivi politici, ma per questioni pratiche: non cambiare l’indirizzo, i documenti, le utenze, creando fastidio ai cittadini. Così si lascia tutto com’è, anche se il contesto intorno è cambiato completamente. Un esempio che mi fa sorridere, per quanto paradossale: a Reggio Emilia, la sede internazionale di Fineco si trova in via Rivoluzione d’Ottobre. È un contrasto quasi comico: la modernità finanziaria europea ospitata in una strada che porta il nome della rivoluzione bolscevica. Ma cambiarle nome? Impossibile. Non lo farebbe neanche un’amministrazione di destra, perché sarebbe un problema logistico enorme per i cittadini. Il problema però è più profondo: la toponomastica oggi non premia più la memoria, perché chi dovrebbe custodirla, i giovani, non c'è più. Questo sta creando un’Italia a due velocità: da un lato ci sono le periferie, i piccoli centri, sempre più vuoti e abbandonati, con pochissimi investimenti, sanità ridotta al minimo, servizi scarsi. Dall’altro, le grandi città che crescono, spesso disordinate, ma ancora capaci di offrire opportunità. Non sono un demografo, ma ho l’impressione che il quadro sia piuttosto chiaro. Il calo delle nascite peggiora tutto: i giovani sono sempre di meno, contano poco anche politicamente. E tra quelli che hanno talento o idee, tanti scelgono di andare via, perché qui non vedono futuro.
E tu sei pessimista?
Di carattere non sono una persona negativa. Non sono nemmeno un ottimista. Diciamo che ho quello che si chiama “pessimismo della ragione”: l’ottimismo, quando c’è, lo tengo a debita distanza dalla logica. Però bisogna ricominciare a costruire, per quanto sia difficile. Vorrei che la Costituzione italiana nei suoi principi fondamentali non venisse cambiata, anzi che venisse realizzata, perché il contrario della parola fascismo non è comunismo. Il contrario della parola fascismo è democrazia.
Come festeggerai il 25 aprile?
Gli Offlaga, e io con loro, saremo a Monte Sole, uno dei luoghi simbolo della memoria italiana, a commemorare una delle più gravi stragi nazifasciste della Seconda guerra mondiale: la strage di Marzabotto. Per un gruppo come il nostro, essere stati invitati a partecipare a un evento del genere è un grandissimo onore. E so che rischio di sembrare retorico, ma lo dico con sincerità: è un privilegio enorme poter portare le nostre canzoni davanti a quel pubblico, in un contesto di memoria così universale e profondo.
(24 aprile 2025)
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Un nuovo gioco di società Il 2012 si sta caratterizzando per il ritorno discografico di importanti band della scena indie italiana, di quella che riesce a raccogliere parecchio pubblico ai concerti e che fa parlare di sé con le sue pubblicazioni.
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