Sono diverse le ragioni che rendono insolita questa serata: un tepore quasi irreale per la Bologna tardo-autunnale, una location generalmente non associata con questo tipo di eventi ma soprattutto l’occasione in sé. Autocelebrarsi portando in tour il proprio disco più celebre è una consumata mossa da rockstar agli sgoccioli, tuttavia i Tuxedomoon non solo sembrano tutt’altro che prossimi alla pensione, ma con il rock tradizionalmente inteso hanno sempre avuto poco a che spartire: astratta come l’avanguardia e rigorosa come la musica da camera, la loro proposta rimane inafferrabile pure dentro il calderone new wave in cui per comodità vengono scaraventati. Anche all’interno del famigerato “quadrato di San Francisco”, la loro collocazione rimane problematica: né la buffoneria iconoclasta dei Residents, né il rumorismo apocalittico dei Chrome, né il chitarrismo espressionista degli MX-80 Sound. Austeri fino all’idiosincrasia, i Tuxedomoon somigliano solo a se stessi. Di sicuro, come gusto e atteggiamento, rimangono uno dei gruppi statunitensi più europei di sempre, e non a caso proprio nel Vecchio Continente hanno trovato da tempo una seconda patria (soprattutto in Belgio, ma con occasionali soggiorni e collaborazioni anche nel nostro paese).
Il locale si riempie in fretta ma loro si fanno un po’ desiderare: in fondo è quello che ti aspetti da artisti non esattamente noti per la voglia di compiacere. Poi sul telo alle loro spalle viene proiettata la toccante dedica a Bruce Geduldig, il visual artist della band scomparso pochi mesi prima, e basta questo per farceli apparire improvvisamente meno algidi e più umani.
Poco dopo eccoli sul palco, con una formazione a dir poco anticonvenzionale (chitarra/violino/sintetizzatore; sassofoni/tastiere; tromba/ armonica; basso. Alla voce si alternano i primi due) e un nuovo addetto alla multimedialità appartato dietro un monitor. Tutti elegantissimi, ovviamente.
“Buonasera”, esclama Blaine L. Reininger in un italiano pesantemente yankeezzato, “suoniamo ‘Half Mute‘!”: e come promesso, ecco srotolarsi il mitico capolavoro del 1980, testo base di un nuovo modo di intendere la musica contemporanea, un album che ancora oggi strappa ammirazione con la sua complessità aliena e visionaria. Ai tempi dell’annuncio ufficiale, la decisione aveva fatto storcere il naso a molti fan, insospettiti dal possibile voltafaccia ruffiano di una band che, fino a qualche anno prima, si rifiutava categoricamente di riproporre vecchi classici (non fosse che quelli stessi fan, all’epoca, si lamentarono del fatto che “facevano solo le canzoni nuove”…). Polemiche sterili a parte, io gioisco: quel disco è un mio totem, assistere ad una sua messa in scena non può che farmi piacere.
L’incipit etno-ambient di “Nazca”, con quel sax spiritato che si fa strada in un banco di nebbia sintetica e mette i brividi ogni volta, poi il ritmo pulsante di “59 To 1” e il pubblico inizia imprevedibilmente a cantare insieme a Steven Brown uno dei testi più assurdi che un coro possa mai intonare. A lasciare stupefatti è soprattutto la compassata roboticità del bassista Peter Principle, impassibile vichingo dal tocco perfetto.
A questo punto si dovrebbe proseguire secondo copione, ma qualcosa va storto: “My computer crashed!”, bofonchia Reininger, più divertito che arrabbiato. Un attimo di esitazione, poi si tenta di risolvere il problema mentre Brown intrattiene il pubblico con un esilarante siparietto che fa il verso alla canzone precedente: ma come, non erano degli androidi, per di più stronzi? Nessuno si sarebbe mai aspettato da loro né un incidente così goffo, né una contromisura così poco dark: constatare definitivamente la loro “umanità” (se non addirittura la loro simpatia) finisce per essere una piacevole sorpresa. Risate e applausi, senza un’ombra di scherno.
Nonostante l’impegno, il marchingegno ci mette troppo a riavviarsi, e nell’attesa tanto vale modificare la scaletta: arrivano quindi “Loneliness” e “James Whale”, gelide e spettrali, con l’impeccabile contorno dei visuals a rendere tutto ancora più evocativo. Si recuperano poi i due arretrati: “5th Column” e “Tritone”, dominate rispettivamente da un sax contorto come una serpe impazzita e da un violino che pare fendere l’aria con tante rapidissime sciabolate.
“What Use?” (forse la mia preferita della raccolta) è intorbidata da ulteriori problemi elettrico-acustici, ma non perde il proprio smalto eniano, con una ritmica quasi ballabile e un gran lavoro di Reininger sia alla chitarra che alla voce.
“Volo Vivace” (ancora strepitoso Reininger al violino) e “7 Years” spazzano via quel pizzico di vivacità con la loro lugubre foschia mitteleuropea, ma è soprattutto la lunga “KM/Seeding The Clouds”, oltre dieci minuti di funereo requiem per basso rassegnato & lamenti di sax, a catalizzare l’attenzione, una discesa all’inferno quantomai sconfortante, distaccata come i pensieri di un carnefice senz’anima.
Finito il disco, ma a quanto pare non il concerto: “East/Jinx” (prima traccia da “Desire“, secondo album della band) si mantiene salda sulle atmosfere stranianti e vagamente esotiche che ci hanno rintronato finora, a malapena scosse dalla successiva e più sincopata “This Beast”. “Time To Lose” invece è intensa come una pop song e sofisticata come una composizione classica, con Reininger che pare clonare la vocalità del Bowie più catacombale: i Nostri dimostrano di saper emozionare con la stessa maestria con cui di solito inquietano. La chiusura non è da meno: “Muchos Colores” (una poesia del Subcomandante Marcos appositamente musicata, con un pianoforte straziante, una chitarra che pare riverberarsi all’infinito e colpo di grazia finale di tromba messicana) rischia a più riprese di strapparmi qualche lacrima.
Il pubblico reclama altri suoni, e vengono presto accontentati con tre bis: una “Some Guys” squisitamente vintage, “Nervous Guy” tossica come un gas di scarico e infine la speziata “Baron Brown” come unica concessione al repertorio più recente.
Altro inchino, altri applausi, giù il sipario.
Che dire: profondo come una messa e coinvolgente come un film. Certo, essendo in mood-nostalgia non ci sarebbe dispiaciuto ascoltare una “No Tears” o una “In A Manner Of Speaking”, ma forse ci è già stato concesso fin troppo. E il Tpo, con la sua suggestiva foggia post-industriale, si è rivelato un’efficace cornice per una band refrattaria all’idea non solo di ritirarsi, ma anche di invecchiare.
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Napoli, 27/11/2016
di Salvatore Setola
Dieci minuti passate le ventidue. Sale un uomo sul palco. Costituzione corpulenta, profilo aquilino, capelli bianchi, completo nero, occhiali da medico della mutua. Si fa strada tra i cavi dell’amplificazione con passo caracollante. A vederlo così, sembra un impiegato del catasto in prepensionamento. Non gli daresti dieci centesimi. Non diresti mai che quel signore – all’anagrafe Blaine L. Reininger – ha fatto la storia della new wave più ardita e oscura, in combutta coi concittadini Residents e quell’apolide genialoide di Snakefinger. Non te lo immagini nemmeno lontanamente, venti minuti dopo, accanirsi con erotismo hendrixiano su uno dei suoi strumenti – quello preferito, il violino – mentre suona il valzer diabolico di “Tritone” in una colata lavica di stridori e rapidi fruscii con l’archetto. È uno dei pezzi forti – nonché il brano più esoterico – del repertorio dei Tuxedomoon, costruito in omaggio al tritono, ossia l’intervallo di quinta diminuita che a causa del suo carattere dissonante fu bandito per secoli dalle composizioni di musica sacra e derubricato a intervallo del diavolo.
In loving memory of Bruce Geduldig