27/09/2024

Demob Happy

Covo Club


La volta buona. I Demob Happy lottano ormai da tempo per riuscire a ritagliarsi un loro spazio nell’affollatissimo panorama alternativo, ma la strada è decisamente impervia e in salita. Reduce dall'uscita del terzo buon capitolo “Divine Machines” (2023), il terzetto guidato dal bassista Matthew Marcantonio, e completato dal chitarrista Adam Godfrey e dal batterista Thomas Armstrong, al pari dei colleghi The Amazons (per citare uno dei possibili esempi), sembra a un punto di stallo per grado di popolarità raggiunto, e il risultato delle due precedenti visite milanesi confermerebbe tale tesi. La terza data in Italia da inizio carriera, nonché prima a essere fissata a Bologna, è riuscita a rendere un minimo di giustizia al progetto alt-rock, che grazie al calore del pubblico ha premuto a fondo l’acceleratore, regalando una buona performance.

La serata parte con il breve set di Ed songwriter, all'anagrafe Marco Rossi, accompagnato per l’occasione da basso e batteria. Il musicista modenese si muove tra memorie grunge e vezzi pop: premesso che la spinta sul tentativo di emulazione di vocalità (e di look) in stile Cobain appare a tratti davvero troppo forzata, ingrana discretamente con le placide “8”, “Don’t Shake You” e “Life In A Day”, scivolando in seguito tra suggestioni in zona Cure con accenti di rimando ai Dinosaur Jr. verso un drumming più serrato, per poi cedere la conclusione alla quota marcatamente (post-)grunge, prima con velati richiami agli Screaming Trees di “Dust” e in ultimo con passaggi strumentali ed echi dei Foo Fighters. L’uscita di scena a esibizione terminata vede Ed donare alcune vecchie copie del disco di debutto “One Hand Clapping" (2012) al pubblico, lasciandole a bordo palco.

Il trio di Brighton scalda i motori con i riff agguerriti di “Voodoo Science”, mettendo in mostra da subito una delle sue principali influenze di riferimento, ovvero l'operato dei Queens Of The Stone Age, a cui si somma una componente sintetica. Le sferzate di batteria e le linee di basso serrate di “Loosen It” fungono da anticamera per un’efficace doppietta, che vede protagonista la chitarra affilata di “Run Baby Run” e i cori della suadente “Token Appreciation Society”, più graffiante rispetto alla versione su disco.
Dotati di ottima presenza scenica, Marcantonio e soci, da buoni intrattenitori, non lesinano scambi di battute con gli spettatori tra le pause in una scaletta che appare perfettamente equilibrata tra i tre album pubblicati e i singoli esterni. La sghemba “Liar In Your Head” precede il debutto dell'esplosivo inedito “The Name Of This Song” e i passaggi stoner di “Junk DNA”.

Uno dei momenti chiave è illuminato dalla tensione dei ritmi di “Tear It Down”, nella quale spicca inoltre la voce distorta di Armstrong, e dalla bassline pesante di “Succubus”. Posato momentaneamente il basso, “Muscular Reflex” si regge interamente sull’accoppiata tipicamente garagistica chitarra-batteria, mentre la nevrotica “Sweet & Sour America” accelera il passo e smuove ulteriormente la platea, conducendo verso le battute finali con la vorticosa “Less Is More”, dove il pensiero vola ai Royal Blood, i salti sulle note di “Autoportrait” e un’ultima scenetta dominata dai cori del pubblico che inneggiano al cognome del frontman di origine italiana, seguita da una piccola jam improvvisata, prima delle sferzate conclusive e i sing-along di “Be Your Man”.

Somebody killed the radio star, esordiscono i Demob Happy in “Token Appreciation Society”, forse il sistema e il tempo in cui viviamo, eppure una piccola speranza da qualche parte esiste ancora e live partecipati come quello al Covo Club, in grado di riempire gli occhi di gioia e caricare a vicenda musicisti e spettatori, ne sono la prova.

Setlist

Voodoo Science
Loosen It
Run Baby Run
Token Appreciation Society
Liar In Your Head
The Name Of This Song
Junk DNA
Tear It Down
Succubus
Muscular Reflex
Sweet & Sour America
Less Is More
Autoportrait
Be Your Man

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