
E’ così che alle 21,45 ci troviamo tutti con gli occhi sul palco, scaldati dall’apertura di Lillo Morreale. L’artista nostrano si è rivelato un’azzeccata scelta di opening act, grazie al suo mix di elettronica e musica tradizionale, decisamente in sintonia con l’headliner. Le luci si spengono, cinque figure controluce salgono sul palco e si dispongono attorno un posto vacante, la sala si immerge in una sospensione quasi liturgica. Come evocata dai suoi accoliti, una sagoma chiara, dai riflessi biondi, fa capolino accolta dall’esultanza della platea. Un muro di suono - dilatato, ricco e variopinto, piuttosto che massiccio e dirompente – si erge premonitore. Al di sopra di questa architettura che fa vibrare lo stomaco, l’inno di “Facing Atlas” viene declamato dalla voce cristallina di Anna Von Hausswolff.
Sfortunatamente, dalla nostra posizione fatichiamo a godere al massimo dell’apporto dell’attesissimo Otis Sandsjö. Nonostante il grande equilibrio della band imbastita dall'autrice di Göteborg, il sassofonista, suo concittadino, rischia di rubare la scena da un punto di vista visivo, catturando gli sguardi mentre si contorce rapito dalle sue divagazioni nu-jazz. Tuttavia in queste prime battute sembra soffocato sotto la pressione sonora di distorsioni e tastiere. Fortunatamente, dal mixer corrono ai ripari prendendo le opportune misure e calibrando l’assetto ottimale in tempo per il pezzo successivo, quello che sarà uno dei picchi della serata. “The Mouth” arriva quindi spettrale, tesa, culminando nell’esplosione finale guidata da una cavalcata batteristica entusiasmante, accolta dal sacrosanto delirio dei presenti.
L’impressione è che il già ottimo “Iconoclasts” sia uno di quei dischi con molto più da dire dal vivo che in studio, espandendosi a un livello espressivo superiore. Ballate come “The Whole Woman” e “Aging Young Woman” diventano ancor più languide anche grazie ai fraseggi del sax, liberi da ogni schema, che carezzano le atmosfere riflessive evocate dai synth e il tono contemplativo del cantato. E' comunque nelle lunghe maratone che lo spettro sonoro si espande al massimo e l’ipnosi collettiva si concretizza.
La band si muove come un grande e articolato macchinario: nell’introduzione di “The Iconoclast” avanza pesante, rallenta e apre agli algidi vocalizzi della chanteuse, con i quali essa dirige tutti i suoi seguaci come farebbe una creatura tentacolare. Lei si ferma e loro inchiodano, sembra a tratti di assistere all'incedere di una mente alveolare. Precipitano ora in una fragorosa cacofonia, tornano poi a galla a un cenno della madre, aprendo squarci sognanti tra arpeggi e loop tastieristici che strizzano l’occhio al dream-pop.
Non parliamo tuttavia di marionette: ogni componente ha la sua personalità ben distinta, anche l'intervento più discreto è mirato a riempire una tavolozza satura e multicolore. Pensiamo già solo al duo chitarra e basso che costruiscono per tutto il viaggio un roccioso background distorto. Ma a tirare le fila resta solo lei, mentre agita i capelli chiarissimi, scintillanti tra le luci bluastre e rosso sangue che la lambiscono. E la sua voce: potente, penetrante; sembra infinita.
Pensiamo tutti la stessa cosa: se solo volesse, potrebbe non fermarsi mai. Sempre sul registro alto, sempre senza cedimenti, mai un’esitazione. Siamo davvero di fronte a un’esibizione dal vivo? Può essere ancora più pulita e potente di quella che usciva dallo stereo giorni fa, mentre ripassavamo preparandoci alla serata?

Il tempo sembra perdere consistenza. Il pubblico è educatissimo, rispettoso, in religioso silenzio durante l’esecuzione dei brani. Non accade sempre, ma stasera sono tutti ipnotizzati dalla dilatazione estrema delle sezioni strumentali e da quella “Ugly And Vengeful” che sembra una voragine aperta sull’inferno tanto è cupa, greve, cattiva e bruciante. Lei urla davvero come una posseduta nella sezione finale. Noi possiamo solo ingoiare la nostra saliva e lasciarci guidare da quello che ormai ha assunto i connotati di un vero e proprio sabba.
Volendo evidenziare una pecca, uno dei brani più attesi della serata, “The Mysterious Vanishing Of Electra”, viene proposta in una veste che non sfrutta completamente il suo potenziale dirompente. Ci si aspetta molto dalla confezione live della possente marcia ascoltabile in “Dead Magic”. Ci sfreghiamo le mani mentre osserviamo Anna di spalle, pronta a infierire sull’elettrica appena imbracciata. Abbiamo la pelle d'oca dopo la ferale introduzione affidata a “An Ocean Of Time”. Arriviamo a pensare che il destino ineluttabile dei presenti sia quello di venir spazzati via da una versione ancor più marziale e tellurica di quella entusiasmante su disco. Tuttavia - sebbene sia interessante la scelta di dotarla di una veste particolarmente maestosa e solenne, forse proprio per accentuare gli splendidi e sinistri acuti della sua autrice - il risultato appare troppo frenato ed eccessivamente appesantito soprattutto nella prima metà, guadagnando molto nel finale dove per l'appunto le corde vocali di Anna attirano i riflettori. Rimane un leggero amaro in bocca, forse avremmo gradito una base ritmica più sostenuta, una maggiore enfasi sul contrappunto tra le percussioni marziali e lo schianto delle chitarre distorte. Ma è un neo, tra l'altro all'apparenza poco condiviso dalla folla in estasi, nel mezzo di una performance globalmente di alto livello, che trova il perfetto sigillo in una “Struggle With The Beast” accolta dal tripudio dei presenti e conclusa in crescendo, come un bombardamento a tappeto dal quale esce incolume il solito sax funkeggiante di Otis che guida l’andamento di tutta l’esecuzione come un pifferaio... pardon, sassofonista magico.
Commossa e grata, Anna Von Hausswolff ringrazia tutto il pubblico con un italiano piuttosto sorprendente, confermando la relazione speciale che la lega da anni al nostro paese e con i suoi abitanti. Gli sguardi dei presenti mentre lasciano il Locomotiv potrebbero raccontare molte altre cose su questa serata, noi ci limitiamo a sperare in una nuova occasione augurandoci di attendere qualche anno in meno. Perché certe serate chiedono solo di essere vissute ancora.
Contributi fotografici su gentile concessione di Maurizio Antonelli