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In 208 pagine, corredate da un’ampia sezione fotografica, “David Bowie. Forever And Ever” ripercorre la storia del figlio della Londra proletaria di Brixton e futuro dandy del rock, soffermandosi su tutte le tappe principali, partendo dalla gavetta nella Swinging London degli anni 60 per approdare nel decennio successivo a una fama che lo avrebbe poi accompagnato per sempre, non nascondendo le sue pericolose lusinghe e le sue insidie. Nel racconto, centrale è anche il contributo dello stesso Bowie, attraverso le sue testimonianze dell’epoca e le sue riflessioni, sempre lucide e mai troppo tenere, neanche con sé stesso. Un percorso che si snoda inevitabilmente attraverso le varie sembianze dei suoi personaggi, espressione solo apparentemente esteriore dei suoi mutamenti e dei suoi tumulti psicologici. Scorrono dunque, in una ideale galleria, il menestrello psych-folk degli esordi, l’alieno glamZiggy Stardust, il sottile e tossico Duca Bianco, il plasticato soulman, il raffinato precursore wave di Berlino, il pierrot new romantic, il rocker platinato, lo spregiudicato outsider post-industriale degli anni 90. I suoi personaggi, del resto, sono sempre stati il diaframma che ha frapposto tra sé e il mondo, ma anche le testimonianze più verosimili della sua personalità, che forse solo nell’ultimo periodo della sua vita aveva iniziato a svelarsi senza più maschere, con un pudore sempre più impercettibile, sempre meno trasfigurato.
L’Uomo delle stelle si è congedato dal mondo il 10 gennaio 2016, al culmine della (ritrovata) popolarità, mentre la sua opera-testamento “Blackstar” era appena uscita nei negozi. Con tanto di auto-epitaffio nel singolo Lazarus”: “Guardate lassù, sono in paradiso, ho cicatrici che non possono essere viste”. Ma come un film di David Lynch o una pièce di Bertolt Brecht, il grande enigma dell’arte bowiana non si presta a didascalie. Nelle pagine di “For Ever And Ever” si cerca dunque di metterne insieme i pezzi, di ricostruirne uno dei possibili percorsi, senza pretese di esegesi autentiche. Bowie stesso, d’altronde, affermava nel 1999: “L’opera d’arte è compiuta solo quando il pubblico vi aggiunge la propria interpretazione, è proprio in quel grigio spazio intermedio che risiede il suo senso”. A noi, dunque, non resterà che cercare di riempirlo. For ever and ever.