Bright Eyes

I'm Wide Awake, It's Morning

2005 (Saddle Creek) | folk, songwriter

2004, 30 aprile. I riflettori stanno illuminando un ragazzo introverso, spettinato in una frangia emo e con una chitarra acustica a tracolla. Si trova sul palco televisivo del Late Late Show di Craig Kilborn, pochi minuti dopo che il governatore californiano Arnold Schwarzenegger è stato ospite nello stesso studio. Quando le luci sono su di lui, mentre la sua chitarra scandisce un ritmo incalzante, il ragazzo inizia a parlare: "Questa canzone è per il Governatore della California e il Presidente degli Stati Uniti. Due uomini che ammiro molto, per i loro bicipiti e i loro inquietanti programmi fascisti. One-two, six-six-six". Per un attimo qualcosa si scuote, e fa rumore, prima che il flusso degli eventi lo silenzi di nuovo.

Quella notte le case americane conobbero un cantautore. Ma anche prima di allora, a patto di saper prestare attenzione, non era difficile esserne venuti a conoscenza. Da tempo, il passaparola di giornalisti e ascoltatori non perdeva occasione di dipingere Conor Oberst come l'enfant prodige del nuova scena cantautoriale americana; un "nuovo Dylan", figlio dei Novanta alternativi. La storia è abbastanza nota: Oberst nasce nel 1980 a Omaha, Nebraska, e da che ha memoria respira musica e scrive canzoni. Le prime demo, rintracciabili su YouTube, sono di quando era ancora tredicenne. La prima band emo, i Commander Venus, di cui è frontman, a quindici anni lo porta in tour per gli Stati Uniti. Poi arriva il folk di Bright Eyes: un nome, un semplice vezzo da artista, ed è l'inizio del mito. Bright Eyes non è una maschera da indossare, ma solo la firma sulla targhetta. Nelle canzoni è il giovane Conor che canta, urla, soffre, si confessa, vive.
Da lì l'ascesa è rapida e inesorabile: nel '98, a diciott'anni, Bright Eyes esordisce con "Letting Off The Happiness", acerbo e bruciante, che getta le basi per il primo grande album, che giunge nel 2000 col dolente "Fevers And Mirrors". Due anni dopo, il mastodontico "Lifted Or The Story Is In The Soil, Keep Your Ear To The Ground", tra ballate dolcissime e invettive al vetriolo, ingloba ogni stimolo e lo restituisce elevato al cubo: le canzoni si fanno lunghissime, a volte logorroiche. La voce di Oberst, però, canta la verità, e le sue composizioni esprimono una forza autentica e rara. Ai concerti la gente accorre numerosa, i dischi vendono bene. A soli ventiquattro anni, Bright Eyes è già un'istituzione della scena indipendente americana.

L'hype che nei primi Duemila circonda Conor si consuma in un evento per così dire straordinario: il 26 ottobre 2004 escono due singoli a firma Bright Eyes che non potrebbero essere più diversi, uno acustico e l'altro elettrico - nel tipico dualismo dylaniano. Seppur lontanissimi dai trend commerciali, "Lua" e "Take It Easy (Love Nothing)" arrivano entrambi in prima posizione nella Billboard Hot Singles Sales, la classifica dei singoli più venduti in America. E sulla loro scia, a gennaio 2005 vengono pubblicati in contemporanea due album, uno folk e uno "elettronico", ed entrambi entrano nella top 20 della classifica.
La voce di Conor Oberst svetta in mezzo al pop commerciale per un istante breve quanto storico per la musica indie - e che verrà immortalato anche in una battuta dell'iconica serie "The O.C.", ovviamente pronunciata dal geek Seth Cohen: "Ryan, ti rendi conto? È strano vedere che il mondo si è sintonizzato sulle mie frequenze".

Tra i due album, sarà l'acustico "I'm Wide Awake, It's Morning" a rimanere nel tempo; a differenza del fratellastro elettrico "Digital Ash In A Digital Urn", urgente ma in parte attenuato dagli espedienti digitali, conserverà il suono ruvido e sanguigno di un grande classico. È dal folk che Conor nasce, ed è qui che torna ogni volta che tira fuori i suoi lavori migliori. Per la prima volta in "I'm Wide Awake, It's Morning", la voce di Oberst acquista lo spessore dell'esperienza: nei dischi precedenti era quella di un ragazzo che cantava sentimenti più grandi di lui, ora è quella di un uomo che osserva e racconta con lucidità, il cui timbro si fa più maturo, brizzolato, e ricco di sfumature. Si pensi a due canzoni come "First Day Of My Life" e "At The Bottom Of Everything": è la stessa voce a cantarle, ma nascono da due urgenze diverse, che si riflettono nei diversi colori dell'intonazione.
Primo disco con Nate Walcott come membro ufficiale della crew (a comporre il trio storico assieme a Oberst e al fido Mike Mogis, parte del progetto dagli inizi), e quindi primo lavoro in cui ha senso parlare di Bright Eyes più come band che come estensione del solo Oberst, "I'm Wide Awake, It's Morning" resta ad oggi il capolavoro del cantautore di Omaha. E come ogni suo album, si apre con uno spoken word:
And she looks at the man, and she says 'Where are we going?'
And he looks at her, and he says 'We're going to a party
It's a birthday party, it's your birthday party
Happy birthday, darling
We love you very, very, very, very, very, very, very much'
And then he starts humming this little tune
And it kind of goes like this...
("At The Bottom Of Everything")
Un aereo cala a picco, e sprofonda nell'azzurro del mare. I passeggeri, invece che disperarsi, cantano allegramente. L'escamotage meta-narrativo si rompe, ed è proprio "At The Bottom of Everything", la canzone presentata mesi prima al Late Late Show, ad aprire il disco in una strimpellata folk di chitarre e mandolini. La musica è vivace, ma le parole cantate da Oberst si spingono con rabbia e amarezza fin nel profondo del cuore nero dell'America di Bush, lacerata dai rancori e dalle contraddizioni. Un paese dove bigottismo e violenza si nascondono ovunque: "Mentre mia madre bagna le piante/ mio padre carica la sua pistola/ dice che la morte ci riporterà a Dio/ esattamente come questo sole che tramonta/ ritorna nell'oceano solitario".
Come il precedente "Lifted Or..." si chiudeva con la torrenziale protest song "Let's Not Shit Ourselves", "I'm Wide Awake, It's Morning" si apre nel segno della rabbia e della denuncia. È un filo rosso che emerge più volte nelle canzoni successive, come nella conclusiva "Road To Joy", che riprende la melodia dell'"Inno alla Gioia" per cantare versi come "quando ti chiedono di combattere una guerra basata sul niente/ è meglio schierarsi con chi vincerà", prima di esplodere in un clangore di urla, fiati e percussioni.

Lo sguardo sociale è però costantemente accompagnato dal racconto personale. Di quest'America che brucia, Oberst è figlio, e i suoi sentimenti ardono. Cantando il mondo, il cantautore canta se stesso. Così nel morbido valzer di "We're Nowhere And It's Now", lo sbigottimento davanti all'ipocrisia ("se dici che non esiste alcuna verità e chissenefrega/ com'è che lo dici come se avessi ragione?") trova conforto in una tavola calda, nel sorriso di una cameriera prima dell'incontro con un'amica, in un piccolo dono da portare in tasca come amuleto. È invece il dolore che si fa esperienza condivisa nell'epopea romantica e sconfitta di "Old Soul Song (For The New World Order)", racconto di una giornata da fotoreporter mano nella mano per documentare una rivolta, un malessere, e poi di ritorno a casa, nella camera oscura, a sviluppare nervosamente le diapositive: "Immergesti la carta nell'acqua/ e tutto iniziò a fiorire". Yeah, they went wild.
We made love on the living room floor
With the noise in the background from a televised war
And in the deafening pleasure, I thought I heard someone say
If we walk away, they'll walk away
("Land Locked Blues")
La voce e la vita vibrano anche nel country a rotta di collo di "Another Travellin' Song", un'altra canzone "sui miliardi di autostrade e sulle città al sorgere dell'alba", come nel passo da ballata di "Train Under Water", e si fanno poesia nel lirismo di "Land Locked Blues": ascoltiamo una grande melodia circolare, tipicamente oberstiana e abbellita dalle armonie vocali di Emmylou Harris, su cui si dispiega una canzone di acido lattico e ormoni, di amore e di guerra, di lune e di albe. Un girovagare per la vita, cercando una fuga che forse non esiste. "I'm leaving, but I don't know where to", canta Conor in conclusione.
Perché in fin dei conti, a cosa aggrapparsi se non alla poesia? Ed è proprio quando il tono si eleva che i Bright Eyes brillano al loro meglio: ecco l'infinita tenerezza di "First Day of My Life", forse la cosa più vicina alla perfetta canzone d'amore; l'infinito struggimento di "Poison Oak", del sentirsi una single cell on a serpent's tongue, quando è il suono della solitudine a dar conforto; e l'infinta malinconia di "Lua", un capolavoro se ne esiste uno, semplicemente la più bella e triste delle canzoni d'addio.
And I'm not sure what the trouble was
That started all of this
The reasons all have run away
But the feeling never did
It's not something I would recommend
But it is one way to live
'Cause what is simple in the moonlight
By the morning never is
("Lua")
Essere Conor Oberst. Senza sconti, "I'm Wide Awake, It's Morning" è un'opera che racconta le cicatrici del vivere l'America post-11 settembre - lo spaesamento, i pruriti, le necessità. E di come un ragazzino partito nell'80 da Omaha, Nebraska, sia diventato vent'anni dopo il più importante cantautore della sua generazione.

(08/05/2022)

  • Tracklist
  1. At the Bottom of Everything
  2. We're Nowhere and It's Now
  3. Old Soul Song (For The New World Order)
  4. Lua
  5. Train Under Water
  6. First Day of My Life
  7. Another Travellin' Song
  8. Land Locked Blues
  9. Poison Oak
  10. Road to Joy




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