Burial

Untrue

2007 (Hyperdub) | dubstep

Nel 2007 il fenomeno dubstep era nel pieno della propria evoluzione ed espansione. Del resto, di acqua sotto i ponti ne era già passata parecchia, e si erano già sprecati fiumi di parole sull’intero movimento, a cominciare dalle prime, fondamentali dritte fornite qualche anno prima da Mary Anne Hobbs attraverso la Bbc Radio. Il genere fu subito considerato come una sorta di fusione postmoderna e nichilista della drum and bass di sua maestà Goldie, del 2-step garage/broken beat di Lewis "EL-B" Beadle, con spruzzate di trip-hop alla Tricky; uno stile che divenne maturo e “indipendente” mediante una serie di eventi fondamentali, come il progetto radiofonico di Kode9, mutato a sua volta nella fondazione della benemerita Hyperdub, e lo sviluppo sul campo ottenuto dai vari Coki, Loefah,  Youngsta, dunque le celebri serate DMZ e FWD.

Tuttavia, per intercettare il momento esatto in cui tutto questo ebbe inizio, occorre tornare all'inverno del 2000, nel preciso istante in cui il boss della Tempa Neil Jolliffe scrisse il biglietto da visita da girare agli addetti ai lavori con l’intento di esporre delle coordinate promozionali in qualche modo credibili e stuzzicanti del primo singolo degli Horsepower Productions, “When You Hold Me”: "It's like 2-step, but it's got dub in it. It's kind of like... dubstep”. Ecco, per parlare di storia del dubstep bisogna partire da qui, e focalizzare in seguito l’attenzione circa alcune fermate obbligatorie, quali la nascita e l’esperienza della magnifica etichetta Skull Disco del duo Shackleton/Appleblim e le prime produzioni alla Playstation dei due giovanissimi amichetti Skream e Benga fatte girare ai party dal veterano Dj Hatcha.

Poi c’è lui: William Bevan, in arte Burial. L’uomo di punta. Il paladino assoluto. O più metaforicamente colui che ha cambiato le cose, tirandole a sé come una sorta di buco nero supermassivo, per poi risputarle magari in una nuova dimensione. La sua dimensione. Uno spazio unico in cui stendere la materia seguendo leggi che non appartengono a nessuno, se non alla propria sensibilità e alla propria infinita introversione. La storia ci racconta anche che il Nostro fu spinto dal fratello maggiore a creare una serie di strutture ritmiche omaggianti i rave in scia garage londinese di fine millennio. Poi arrivò l’uomo giusto, il talent scout in fibrillazione: il già citato Steve Goodman, aka Kode9, in quel particolare momento storico rovente di passione per il genere dub e ogni sua possibile mutazione. Fu proprio lui a intuire le potenzialità di quel giovane ragazzino, tutto casa e rave, pellicole di fantascienza e videogame. Nel 2004, Burial era un enorme diamante grezzo e Kode9 l’esperto di pietre preziose, l’artigiano colto che ha il compito di tagliare e rendere il tutto fattibile, luccicante. Già, perché quello di William è un mondo a parte, in cui si alternano voci campionate, disarticolate, squarci di luce e gocce di pioggia a ipotizzare un quadro desolante e al contempo celestiale.
E' la primavera del 2005 quando il ragazzo decide di palesare la propria musica al mondo, esportandola dalla sua tana al resto del pianeta grazie al buon Steve. I primi due Ep a suo nome, “South London Boroughs” e “Distant Lights”, anticipano gli umori dell'esordio omonimo. Il primo contiene quattro tracce a fornire una bozza del proprio temperamento. Luci basse e un'inquietudine ritmica da scenario post-apocalittico caratterizzano i primi quattro vagiti del giovane William. Nel secondo, spuntano fuori un eccellente remix di Kode9 e altri tre pezzi inseriti successivamente nel disco d'esordio. L’omonimo Lp fornirà di lì a poco incessanti modulazioni elettroniche, un “profumo” industriale mai annusato prima, sollevandosi come una nube “tossica” e oscurissima nel cielo di Londra.

“Untrue” arriva un anno dopo, per l’esattezza il 5 novembre. Con esso il suono della notte diventa definitivo, totalizzante. Un’opera che incarna svariate sensazioni, come quella di camminare da soli nel buio e al freddo dopo essere usciti dal club, con il vapore acqueo che esce continuamente dalla bocca a mo’ di nebbia istantanea. Prende quindi quota un immaginario molto vasto, irto di luci fredde che si proiettano su edifici impersonali, bus notturni che solcano strade deserte mentre accompagnano gli ultimi “guerrieri della notte” (per l'appunto!), in una Londra deserta poche ore prima che la routine frenetica si palesi nuovamente. La solitudine come palliativo, l’oscurità come scenografia, la musica come catalizzatrice: è questo il messaggio di Burial, e della sua esclusiva arte combinatoria.
Il ragazzo non ha un gruppo, non possiede strumenti, non ha uno studio, insomma gli manca quasi tutto. Il suo mondo è tutto nei pochi metri quadri della sua cameretta: un computer e nient'altro. Soundforge e via. In questo spazio, estrema sintesi della sua intimità, la sua anima artistica sprigiona il meglio di sé: cappuccio in testa, pioggia che batte sulle finestre, fumo che esce dal bicchiere di caffè sulla scrivania, il tutto a un orario compreso tra l'una e le cinque del mattino. Qui William taglia, crea, distrugge, ricompone, ristruttura, distorce, infila tutta la sua anima (e anche un po' della nostra), e consegna al fidatissimo Steve Goodman alla stregua di un novello e timido pittore rinascimentale alle dipendenze del proprio Maestro. Una voce non confermata, mai ma verosimilmente azzeccata, vuole per di più che William utilizzi per le sue canzoni campioni di telefonate ricevute; registra le voci, coinvolgendo madre, sorella, zia e quei pochi che lo circondano. E poi le usa nelle sue tracce, rendendole così straordinariamente lontane, distorte, sofferenti, eteree.

Insomma, sembra una figura complicatissima da decifrare, quella di Burial, eppure nelle rarissime interviste rilasciate, antecedenti l’uscita di “Untrue”, traspare un animo quieto, per nulla caotico. E’ probabilmente una persona con un’empatia fuori dal comune. Già, perché “Archangel”, che apre a meraviglia il disco, fu composta in seguito alla morte del suo cagnolino; una perdita che gli ha rovinosamente spezzato il cuore e lo si intuisce chiaramente dal mood totale della traccia. Questa volta William assembla un ritornello dal piglio soul assolutamente travolgente, a conferma della sua sensibilità melodica. E così, i versi “Holding you/ Couldn't be alone/ Loving you/ Couldn't be alone/ Kissing you/ Tell me how can you/ Tell me I belong/ Tell me I belong” diventano il refrain del decennio, il suo cavallo di battaglia assoluto. Come già palesato, le prende un po’ ovunque Burial: da film, videogiochi, conversazioni, registrazioni televisive, grandinate. Ogni rumore può essere per lui una fonte da cui trarre ispirazione. A tale personale tendenza, si aggiunge una spiccata propensione per la musica soul moderna.
Oltre a pescare suoni dal proprio circondario, umano e geografico, Bevan estrae chirurgicamente piccole parti vocali, successivamente stravolte con la tecnica del time stretching, intervenendo dunque sulla velocità del segnale audio, di artisti della scena r&b, pop/dance, e neosoul come Beyoncé, Ciara, Ray J, India.Arie; il tutto senza contare impercettibili sample dei vari D'Angelo, Roots, Mary Elizabeth McGlynn, fino ad arrivare a vere e proprie chicche personalissime derivanti dalla passione sfrenata per i videogame e per Metal Gear Solid 2, come il tema composto da Harry Gregson-Williams e Norihiko Hibino, omaggiato nella stessa “Archangel”. Successivamente, Bevan unisce questo melting pot di suoni e micro-melodie in una trama geniale che prenderà il nome di soulstep.

Burial ha inoltre un modo unico di campionare le voci femminili. Nei suoi pezzi è come se cantassero all’unisono angeli e spettri. E il capolavoro “Untrue” è tutto così, intriso di questo mood malinconico, introverso, cupo. C’è sempre questo sentore di perdita dietro l’angolo che angoscia, sovrasta; la tristezza come sentimento nobilitante l’uomo, utile a capire che dobbiamo esserci per le cose che restano. E Burial esalta questo concetto, lo amplifica mediante una serie di combinazioni ritmiche e improvvise fermate ambient, talvolta acidissime. Pur partendo da un approccio nichilista, il suo è un sentimento pregno di speranza e di rivalsa. Per comprenderlo, basterebbe ascoltare “Endorphin”, con i suoi inserti vocali che sembrano campionati in qualche stanza del paradiso, e il suo flusso elettronico lenitivo, soave, oltremodo conciliante. Una commistione d’intenti che raggiunge il suo punto massimo mediante il battito smorzato della suprema “Ghost Hardware”, con tanto di bassi killer che entrano ed escono, tra un momento di quiete e l’altro, e una voce filtrata dai toni celesti che rapisce, ammalia e stende.

Ma Burial è innanzitutto un attento osservatore della realtà che lo circonda. La sua osservazione resta esterna e penetra all’interno del contesto spesso come un fantasma che sorvola gli spazi della città, osservandoli da una prospettiva terza. La sola “In McDonalds”, con i suoi due minuti di sulfureo candore, incarna appieno tale inclinazione. Il ritmo two step, contornato dal solito refrain in salsa soul della magnifica title track, amplifica ancora una volta l’integrità stilistica di Burial e il suo essere assolutamente unico all’interno dello stesso genere di riferimento. Per giunta, “Untrue” nasconde in coda anche una sorpresa del calibro di “Raver”, nella quale William mostra il suo lato più estroverso, da perfetto clubber, lasciando tutti a bocca aperta e confermando quindi la sua imprevedibilità, che assumerà toni irrefrenabili attraverso le successive produzioni lampo.

In definitiva, “Untrue” è l’apice compositivo di un artista semplicemente straordinario. Dopo la sua uscita, i più intraprendenti dichiararono che Burial fosse un capriccio di Kieran Hebden o Norman Cook, dando vita a una bufala divertentissima. E per un brevissimo periodo di tempo, impazzò la Burial-mania. Nel panorama underground Bevan divenne una divinità e in tutti i forum più sconosciuti non si fece altro che parlare di lui. Le domande finali erano sempre le stesse: chi è questo ragazzo? Perché non esce allo scoperto?
Tutto finì quando lo stesso Bevan decise di condividere una sua foto, seguita da un brevissimo ma intenso comunicato, nel quale ringraziava tutti, giornalisti musicali compresi. Dal canto suo, William ha sempre evitato accuratamente qualsiasi palcoscenico. Il bagno di folla non rientra nelle sue cose. La sua “timidezza”, ai limiti della sociopatia, è sempre stata una caratteristica che ce l’ha fatto maledire infinite volte. Ma se il “prezzo” da pagare di questa totale riservatezza è un capolavoro come “Untrue”, pietra miliare assoluta dell’elettronica del nuovo millennio e della musica tutta, non possiamo fare altro che inchinarci dinanzi a questo “fantasma”, al suo commovente ondeggiare nel mondo della musica contemporanea.

(19/11/2017)

  • Tracklist
  1. Untitled
  2. Archangel
  3. Near Dark
  4. Ghost Hardware
  5. Endorphin
  6. Etched Dubplates
  7. In McDonalds
  8. Untrue
  9. Shell Of Light
  10. Dog Shelter
  11. Homeless
  12. UK
  13. Raver
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