Crosby, Stills, Nash & Young

Déjà Vu

1970 (Atlantic) | folk-rock

Si fa spesso riferimento a Crosby, Stills, Nash & Young come al più grande supergruppo della storia della musica rock. La dicitura era in realtà già valida nel 1968, quando lasciati Crosby i Byrds, Stills i Buffalo Springfield e Nash gli Hollies (abbandonati proprio per dar vita alla superband), i tre, jammando insieme nel salotto di Joni Mitchell, scoprirono il potenziale evocativo delle loro armonizzazioni vocali, decidendo dunque di comporre musica come trio sotto la leggendaria super-sigla CS&N.
Del resto, all'epoca del suo ingresso nella band, di poco successivo all'uscita di "Crosby, Stills & Nash" (Atlantic, 1969), Neil Young dei quattro era paradossalmente il meno famoso. Certo, aveva militato nei Buffalo Springflield di Stephen Stills (non troppo, ma abbastanza per lasciare il segno, leggasi "Expecting To Fly", e innescare un rapporto creativo quanto conflittuale con quest'ultimo) e le sue cavalcate ruvide con i cavalli pazzi ("Everybody Knows This Is Nowhere" era uscito da qualche mese) iniziavano a farsi un nome tanto quanto la sua produzione solista (anche "After The Gold Rush" era fresco di stampa), ma la leggenda era tutt'altro che iniziata.

In effetti, quando l'illuminato manager dell'Atlantic Ahmet Ertegun suggerì l'ingresso di Young in formazione come chitarrista aggiunto per il tour di supporto a "Crosby, Stills & Nash", pensò a questi poco più che come un turnista di lusso, suscitando peraltro forti perplessità da parte di Stills, che ai tempi dei Buffalo Springfield con Young non aveva fatto altro che battibeccarci. D'altra parte, non fu facile convincere Neil e il suo temibile manager Elliot Roberts ad accettare. Il prezzo, pagato a malincuore da Capitano Moltemani Stills fu proprio l'aggiunta della celebre Y alla sigla.
Il rapporto difficile, ma creativamente inesauribile, tra Stephen Stills e Neil Young avrebbe fortemente influenzato anche tutta la realizzazione di "Déjà Vu" (Atlantic, 1970). Chitarrista verace prima ancora che ficcante paroliere, Young avrebbe voluto registrare ogni brano in presa diretta, in modo che il disco sprigionasse l'energia di un live. Era di tutt'altro avviso il maniaco della perfezione Stills, che voleva ottenere invece un disco che suonasse impeccabilmente, da registrarsi pertanto a parti separate, in modo che ciascun musicista potesse dare il meglio nell'eseguire le proprie sezioni e poi assemblarle nella precisione asettica di una sala mix.

Con questi presupposti e il carattere non proprio morbido di Young, che il soprannome The Loner se lo era meritato dalla prima all'ultima lettera, le sessioni di registrazione di "Déjà Vu" non furono proprio una passeggiata. Fatta eccezione per "Helpless", "Almost Cut My Hair" e "Woodstock", che furono incise dalla band al completo, Young lavorò alle sue canzoni in solitaria a Los Angeles, per poi consegnarle al resto del gruppo, che si era invece stabilito ai Wally Heider's Studio di San Francisco per completare le registrazioni. Terminato il processo di incisione, Young si riappropriava dei nastri per effettuare in solitaria il missaggio finale. Processo inverso fu eseguito invece per i brani degli altri autori che prevedevano la partecipazione di Young, al quale venivano consegnati i brani monchi della sua parte in modo che potesse lavorarci su per poi riconsegnarli a sua volta a Stills.
In effetti, potremmo azzardare che il cantautore e chitarrista canadese non fu mai un vero e proprio membro della band. Seppure a distanza, il suo apporto trasformò totalmente il folk-rock prevalentemente acustico di "Crosby, Stills And Nash", caricandolo di quell'elettricità e ruvidità che lo avrebbero reso unico, voluttuoso e fibrillante.
Forse esagerando un po', Stills ha affermato che la produzione del disco durò circa 800 ore, con canzoni come la title track ultimate in circa cento take e altre come "Carry On" concepite e terminate in meno di otto ore. Mito o meno, la stima di Stills ben rende l'idea della meticolosità e delle possibilità dei quattro, impegnati non solo nella scrittura e nell'esecuzione del disco, ma anche nella sua produzione.

La straordinarietà di "Déjà Vu" va ben oltre la cosiddetta, già insormontabile somma degli addendi. Sicuramente disporre del talento di quattro tra i massimi geni di un'epoca, capaci di spaziare plasticamente dal folk e dal country alla psichedelia e al blues, intingendo il tutto in quel gusto tutto britannico per la melodia di Nash, ha giocato il suo ruolo, ma l'irripetibilità del capolavoro va ricercata anche nelle contingenze storiche e personali sottese alla sua realizzazione.
Inoltre, quattro frontman, cantanti e cantautori non avrebbero potuto gestire un disco così senza l'apporto di "turnisti" d'eccezione. Gli straordinari apporti al basso e alla batteria sono rispettivamente di Greg Reeves e Dallas Taylor, che difatti appaiono anche sulla copertina del disco, mentre i preziosi interventi alla slide guitar di Jerry Garcia e all'armonica di Joan Sebastian rendono "Teach Your Children" e la title track ancora più preziose. Impossibile non notare poi lo zampino della matrona dell'operazione Joni Mitchell che per il disco ha scritto "Woodstock".

Rejoice, rejoice, we have no choice
(da "Carry On")

Durante la realizzazione di "Déjà Vu" (luglio 1969 - gennaio 1970), gli anni Sessanta volgevano al loro termine e con Woodstock, che tenne del resto battesimo live al quartetto, si chiudeva una stagione di gioia e rivoluzione. Il fuoco delle rivolte giovanili sessantottine era tutt'altro che estinto, come non lo erano del resto la guerra in Vietnam e tutte le iniquità sociali ancora da ribaltare. L'euforia hippie, il sogno ad occhi aperti di quella generazione andavano però tramontando, facendo spazio a montanti disillusione e rabbia, a un nuovo modo di reagire e canalizzare la ribellione. È questo un passaggio che il disco intrappola e analizza con veemenza.
Anche le vite personali dei quattro musicisti non vedevano momenti particolarmente felici. Graham Nash aveva appena rotto con Joni Mitchell, così come Stephens Stills con Judy Collins. La compagna di David Crosby, Christine Hinton, era morta da poco in un tragico incidente stradale, e il cantautore stava imboccando una pericolosa spirale autodistruttiva di depressione e consumo di droghe. Eroina e cocaina sarebbero state parte integrante della sua dieta durante le sessioni di registrazione del disco.

Fu proprio il clima storico e personale tetro e teso a fare da carburante, da abbrivio a "Déjà Vu", a farne un'opera che porta il folk-rock americano a una nuova consapevolezza e a una delle sue vette, proprio in risposta alla negatività delle circostanze. Non a caso ad aprire il disco troviamo "Carry On" di Stills. Inizio acustico incalzante, poi un arrembaggio ritmico a sospingere il coro armonioso che incita farsi avanti verso un nuovo giorno, una nuova via, verso una reazione necessaria e ineluttabile: "Rejoice rejoice, we have no choice". Dal sottosuolo si fanno largo, prima striscianti, poi crespe e travolgenti le chitarre elettriche, fino al nucleo della canzone segnato dalle percussioni e dall'inevitabile mantra "Carry on love is coming, love is coming to us all". Amore che non può che arrivare sotto forma di tastiere tendenti a suggellare una stagione segnata da aromi dell'Est e ascetismo, prima di un finale estatico tra irti assoli di chitarra elettrica e fondali disegnati dagli organetti.
La successiva "Teach Your Children", scritta e cantata da un etereo Nash, è una decisa virata verso un country bucolico segnato da strumming delicato e soffici finiture di slide guitar. Non abbandonano però il campo la malinconia e la speranza di un futuro migliore, da innescarsi con gli insegnamenti dei padri affinché i figli non debbano fare i conti con il loro inferno: "Teach your children well, Their father's hell did slowly go by, And feed them on your dreams, The one they picks, the one you'll know by". Quella che con il senno di poi potremmo definire una pia illusione, rimane una cartolina cristallina capace di farci immergere in quegli anni segnati da sogni e tumulti.
E non è una cartolina più efficace di ogni documentario anche "Woodstock", che tra chitarre elettriche guizzanti e tastiere cullanti ci fa rivivere prima il viaggio verso la Yasgur's Farm e poi l'irripetibile e trasognata adunata di giovani e musici?

Dolore, disillusione strisciante, voglia di mollare e paura mettono in moto un blues sanguinante intitolato "Almost Cut My Hair". Tra lo scorrere graffiante delle chitarre elettriche, Crosby si confessa: l'altro giorno quasi aveva tagliato i capelli, sarà che aveva avuto l'influenza a Natale, sarà che aveva visto una volante della polizia nello specchietto, sarà che lo avranno identificato come sedizioso, sarà che non si era sentito all'altezza. È una canzone amara, scorata, cantata a capo chino, finché quell'"almost" un verso come "But I'm not, I'm not giving in an inch to fear" la trasformano nell'ennesimo inno, nell'ennesima orgogliosa reazione.
Young fa finalmente capolino nella quarta traccia, che non fa spavento definire una delle vette del suo sterminato canzoniere. Mentre il resto del quartetto fa echeggiare ripetutamente il titolo al suono di una delle sue proverbiali armonizzazioni, Young col suo inconfondibile timbro nasale e lamentoso poeteggia sulla vita senza speranza nell'Ontario. Un luogo geografico e dell'anima tratteggiato dalle scarne finiture di slide guitar e un pianoforte che si trascina stanco e privo di forza tra le sterminate distese gelate. Tre minuti e mezzo in cui riusciamo a sentire gli odori degli spazi sconfinati che hanno dato i natali al menestrello scapigliato, comprendendo le problematiche sociali di un posto dal quale scappare per poi sentirne ineluttabilmente la mancanza. È il Canada, ma ci si potrebbe rivedere anche un napoletano.

Too late to keep the change, too late to pay,
no time to stay the same, too young to leave"
(da "Country Girl")

Dopo la chiusura del primo lato affidata a "Woodstock", tocca alla title track aprire il secondo. Dei tre brani registrati dalla formazione al suo completo è senz'altro quello in cui l'energia sinergica della presa diretta emerge con più prepotenza. La canzone di Crosby sgorga direttamente dalle chitarre che si accordano, per svolgersi come una jam session non solo nelle sue parti strumentali, ma anche nella maniera in cui i compagni si aggregano spontaneamente nelle parti vocali. Ad aggiungere ulteriore anima ci pensa la vibrante armonica di John Sebastian.
Segue la gioiosa "Our House" che, puntellata giulivamente com'è dal pianoforte, è un altro saggio della bravura di Nash nel creare una melodia gioviale e limpida praticamente dal nulla.

Posta prima della gloriosa doppietta finale, con i suoi due minuti e poco più di durata "4 + 20" è la canzone più breve del disco. È una triste elegia voce e fingerpicking su chitarra acustica di Stills, che ci racconta le sensazioni a fine vita di un ottantaquattrenne rimasto così solo da desiderare l'arrivo della morte. Si tratta di un momento scarno e angusto che, posizionato prima di quel trionfo in tre parti di Young intitolato "Country Girl", accentua la forza innodica e gli spazi armonico-melodici smisurati di quanto segue.
Già provata in qualche live ai tempi dei Buffalo Springfield, "Country Girl" è un tripudio di tastiere, dal pianoforte all'organo, e armonizzazioni a incorniciare la malinconia e l'indecisione tipiche della gioventù, vissute attraverso gli occhi di una giovane cameriera insicura sulla strada da prendere. Il contrasto con il brano precedente è dunque non soltanto musicale, ma anche nella prospettiva opposta che viene utilizzata, prima quello di un vecchio, ora quello di una giovane - con lo scorrere del tempo a dominare tematicamente la seconda facciata del disco.
Si termina all'insegna dell'euforia e dei Buffalo Springfield (e della Stills-Young Band che verrà) con la breve "Everybody I Love You", che chiude il disco e un ampio cerchio ritornando alle chitarre pimpanti e ai dettami della Summer Of Love che già pervadevano l'apripista "Carry On".

In "Déjà Vu" rock, country, blues e folk si sfiorano, si incontrano, si scontrano, si mescolano e confondono un po' per poi ritornare ciascuno sui proprio binari. Nulla che non si fosse già sentito, proprio come in un déjà vu, ma forte di una nuova consapevolezza. Proprio come le personalità dei quattro frontmen che rimangono distinte, con la paternità dei singoli brani fortemente marcata e facilmente evidenziabile, ma pronta a fondersi all'unisono nelle avvincenti cavalcate elettriche e nelle armonizzazioni celestiali. Un dream team di soli fantasisti che eccelle nelle giocate solitarie quanto nelle intricate tessiture corali.
Il democratico live album dell'anno dopo, l'altrettanto leggendario "4 Way Street", avrebbe immortalato su disco la miracolosa comunione dei quattro nella sua versione dal vivo, un prodigio per certi versi ancor più sorprendente di quello che si verifica in "Déjà Vu", al quale però riuscì il miracolo di consegnare a quell'epoca dieci inni in altrettante canzoni.
Il trionfo, come anticipato, fu anche commerciale. Difatti, nonostante le carriere soliste dei quattro dopo il disco avrebbero spiccato letteralmente il volo, quella di Young su tutte, nessun loro album avrebbe mai eguagliato il successo di vendite di "Déjà Vu" (primo posto in Usa, Paesi Bassi e Australia e quinto in Uk, per un totale di circa nove milioni di copie vendute).

(25/10/2020)

  • Tracklist
  1. Carry On
  2. Teach Your Children
  3. Almost Cut My Hair
  4. Helpless
  5. Woodstock
  6. Déjà Vu
  7. Our House
  8. 4 + 20
  9. Country Girl
  10. Everybody I Love You


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