Damien Rice

O

2002 (14th Floor) | songwriter

Then something unusual
Something strange
Comes from nothing at all
(“Amie”)

Non so praticamente nulla sulla vita di Damien Rice, se non che è nato alle porte di Dublino all’inizio dei Settanta, per un po’ ha militato in una band chiamata Juniper e a un certo punto, a cavallo del cambio di millennio, si è trovato in tasca le dieci canzoni acustiche che compongono il suo album d’esordio, “O”. So, perché le ho ascoltate, che sono tutte canzoni d’amore, e non ce n’è una che non sia struggente; e che a quel tempo se la intendeva con una cantante di qualche hanno più giovane, Lisa Hannigan, la cui voce angelica avvolge come una carezza le armonie dell’album. Non conosco il retroterra di queste canzoni, ma ogni volta che le ascolto è una questione di “qui" e “dopo", mai di “prima"; non lo faccio per la loro storia, ma per ciò che possono darmi e lasciarmi. E qualcosa lo lasciano sempre, che sia un brivido, un sospiro o una punta di tristezza. 

Si dice che la differenza in poesia la faccia chi è capace di percepire cose che altri non sentono, ad esempio il colpo di tosse di un’ape. Per la musica non vale esattamente lo stesso, eppure son convinto che anche dietro il segreto di una bella canzone si celi la capacità di intercettare, e generare, sensazioni sorde ai più. C’è un qualcosa che sottostà alla musica di un Johnny Cash, di un Bob Dylan, di una Joni Mitchell e che si estende fino a un outsider come Damien Rice, e ha a che fare con il respiro. Le grandi canzoni le percepisci da questo, dall’andirivieni di aria che soffia tra i loro accordi, dai silenzi palpitanti e dalle solenni ripartenze. Ancor prima che dalla melodia o dalle parole, le riconosci dal vento che tirano e ti entra nelle ossa. E le canzoni di Damien Rice hanno quel respiro, delle Grandi Canzoni, ché le senti in faccia prima che nelle orecchie, rimbombare nel torace ancor prima che nella testa. Siamo da altre parti rispetto alla necessità espressiva di certi cantautori indie - Sufjan Stevens, Elliott Smith. Per loro è una questione di afflato, di confessione. Per Damien no: si tratta di condivisione elettrica, di occhi che si fissano. Di whisky e di calore.

What I am to you is not real
What I am to you, you do not need
What I am to you is not what you mean to me
You give me miles and miles of mountains
And I’ll ask for the sea
(“Volcano”)

Pur non conoscendo niente sulla sua vita, sono sicuro che ciò che Damien era in quei primi Duemila lontani ma non troppo sia perfettamente cristallizzato tra gli spasimi di queste canzoni. Del resto, i sospiri a denti stretti, enfatizzati, che si sentono tra i versi di “Delicate” o “Cheers Darlin’” consegnano la nitida impressione di un cuore sfiancato, in cerca di un momentaneo riposo dal suo stesso febbrile battito. È poi nella voce di Damien che risiede l'espressività aggiunta: dal timbro androgino e flessibile, vibrante sulle note gravi quindi pieno e tagliente non appena si impenna, possiede quella inconfondibile patina di sofferenza di chi non finge neanche a volerlo.
Quando il disco è sul piatto ed entra il dolce giro di chitarra di “Delicate”, lo scenario è già lì davanti agli occhi: un appartamento in centro adibito per una performance notturna, le luci soffuse, qualche candela accesa sparsa tra il pavimento e le mensole; venti persone sedute per terra, tese all’ascolto, i fumi del vino che ormai ottundono l’aria. Una chitarra e una voce. Una dimensione raccolta, per un’esperienza intima e corale. Perché “O” è innanzitutto questo: atmosfera, prima che le parole e la musica si palesino e diventino le protagoniste.

A diciott’anni dalla sua pubblicazione, questa prima di Damien Rice resta un’opera drammaticamente irrisolta. Da questo nasce la sua pulsione vitale. C’è l’infinita tenerezza delle strofe di “Delicate” che viene spazzata via da un ritornello sdegnoso (“Why you sing Hallelujah, if it means nothing to ya?”), c’è “I Remember” che inizia con un quieto arpeggio acustico e termina in un perturbato vento elettrico. E c’è “Cannonball”, che è allo stesso tempo la più disillusa e la più dolce tra le canzoni mai state scritte.
Sono brani dai forti chiaroscuri emotivi, tappe di un cammino interiore disordinato e volto a trovare un’impossibile spiegazione razionale, un motivo tangibile per cui il cuore debba ormai essere ridotto a uno straccio accartocciato e dimenticato in un angolo del petto. E Damien, vagabondo dei sentimenti, non sa nemmeno chi biasimare, se qualcuno (“Volcano”) o se stesso (“Cheers Darlin’”); o a chi appellarsi, se al cielo (“Cold Water”) o al ricordo di un caro (“Eskimo”).

And so it is
Just like you said it would be
Life goes easy on me
Most of the time
(“The Blower’s Daughter”)

C’è però quella capacità di parlare all’anima di tutti. “The Blower’s Daughter”, da qualunque prospettiva la si guardi, è una delle canzoni d’amore del millennio. Ha tutto e anche di più: dolcezza, rabbia, dolore, tristezza, riscatto, e una melodia che è ormai patrimonio comune. Vive di un crescendo emozionale devastante, un incrocio di voci, chitarre ammaccate e melodie d’archi che ogni volta si infrange in quei versi che ognuno di noi, rivolto a qualcuno, porta tatuati nelle vene. Sono quegli “eyes” che non riescono a staccarsi “off you”, occhi che poi perdono la vista e si asciugano, diventano “mind”, e ciò che resta è solo il ricordo. ’Til I find somebody new...
Su note pizzicate, arrivano le storie di vita comune, come quella di “Older Chests”. “Mama tried to wash their faces/ but these kids they lost their graces/ and Daddy lost at the races too many times”. Ovvero quando le cose cambiano e mai più potranno tornare come prima. “She broke down the other day, I know/ some things in life may change”. Pausa doverosa. “And some things, they stay the same…/ like time”.

Il tempo, c’è sempre tempo. Nel suo scorrere inesorabile, è un’altra delle costanti dell’album. In “Cheers Darlin’”, valzer alticcio, è quella cosa che porta via le opportunità e lascia solo il rammarico (“I die when he comes around to take you home/ I’m too shy, I should have kissed you/ when we were alone”), finché si diventa solo “un sussurro nelle orecchie” di chi non è più nei paraggi. In “Amie”, invece, il tempo è una finestra vuota nel futuro da riempire di speranza; lei gli legge una storia e lui, a pieni polmoni, la esorta: “Tell it like you still believe/ the end of the century/ brings a change for you and me”. E tutto attorno, gli archi volteggiano in un maestrale di arie romantiche.
Ma in “Cannonball”, e in tutte le altre canzoni, il tempo è quella cosa che più si dilata più aumenta le distanze, senza purtroppo diluire l’intensità del dolore. “There’s still a little bit of your song in my ears/ still a little bit of your words I long to hear”, intona Damien su un’arpeggio scandito e morbido. È il tempo che passa, che consuma e consuma fino al callo. Fino a che quella di cadere diventa una paura già vissuta.

So it's not hard to fall
When you float like a cannonball
("Cannonball")

C’è una forza sovrumana e disperata in queste canzoni che sembrano scalpitare per scappare fuori di gola, ancora calde, come un rigurgito necessario direttamente dal fondo dell’anima. Ma c’è una grazia infinita nelle loro melodie e nei loro arrangiamenti, nelle note di violoncello che fluttuano e affondano dolcemente, nelle batterie spazzolate e nelle punte di basso, nelle voci di Rice e di Lisa Hannigan che duettano con una spontaneità disarmante. “Volcano”, col suo passo jazzato, è un perfetto compendio di tutto ciò, ma è “I Remember” a togliere davvero il fiato, così pura e innamorata nel primo atto (con una toccante interpretazione della Hannigan), salvo poi esplodere in quel finale strappato e rabbioso.

E non manca l’ambizione in più, quella di un coro gregoriano che si eleva come vapore denso dalla “Cold Water”, gelida, che accarezza le tempie e annulla ogni cosa; o addirittura nel maestoso intervento di un soprano nel mezzo della conclusiva “Eskimo”, una trovata vagamente grottesca ma anche caratteristica, e oggi iconica. E si ritorna infine alla calma acustica, per omaggiare ancora una volta quell’eskimo friend che è sempre lì, pronto a tenderci una mano, chiunque egli sia.
Segue una pausa, dopo la quale Damien riprende a cantare. Quindi un’altra pausa, per arrivare al commiato di una “Silent Night” intonata da Lisa nel silenzio più avvolgente. Fine. Ma “O”, in una circolarità suggerita dal suo stesso titolo, potrebbe già ripartire da capo, di nuovo con la dolente “Delicate”, ancora senza risposte, ancora con la sua bruciante intensità.

We might make love
In some sacred place
Oh, and look on your face
It’s delicate
(“Delicate”)

Confesso di aver mentito. Mi è capitato di leggere alcune interviste su Damien Rice e su questo album, e di certo non mancano gli aneddoti da citare, partendo dal suo passato da musicista di strada fino al fatto che queste canzoni siano state in parte ispirate da un soggiorno in Italia - e non fingiamo di non esserne orgogliosi, suvvia. Ma non ho voluto riportare nulla di tutto ciò, perché quest’opera si racconta così, da sé, senza aggrapparsi alle storie che gli gravitano attorno. Sono dieci canzoni semplicemente uniche, meravigliose una più dell’altra, e non potrei essere più onesto di quanto sono nel scriverlo. Significano così tanto per così tante persone che quasi non ci si crede.
L'irripetibile incanto che scorre tra i solchi di “O” è quello di un disco che senza minimamente scalfire il corso della musica, ha realmente cambiato la vita di chiunque l’abbia ascoltato. Racchiude la storia di un cantautore che ha imparato dalle pietre come volare, dall’amore come mentire e dalla vita come morire. A pensarci bene, è un milione di storie tutte assieme, nella stessa stanza. Le luci soffuse.

(26/04/2020)



  • Tracklist
  1. Delicate
  2. Volcano
  3. The Blower's Daughter
  4. Cannonball
  5. Older Chests
  6. Amie
  7. Cheers Darlin'
  8. Cold Water
  9. I Remember
  10. Eskimo

Hidden tracks
:
  • Prague
  • Silent Night


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