Death In June

Brown Book

1987 (New European Recordings) | neofolk

We're going down in history

Un pomeriggio qualsiasi nella camera di un punk liceale, nella casa di una famiglia di estrema sinistra, in una piccola città del Centro Italia. Mio padre entra senza bussare nel momento meno opportuno, proprio sulle infauste note della penultima traccia di quel disco con un totenkopf in copertina. Nessuna sceneggiata, però: si limita a chiedermi "perché sto ascoltando l'inno nazista" per poi ritirarsi, più perplesso che scandalizzato, senza aspettare una risposta che non avrei saputo formulare. In quella occasione mi resi conto non tanto di non essere libero, ma di quanta responsabilità e consapevolezza siano necessarie per esercitare determinate libertà.

Alzi la mano chi, soprattutto a una certa età, non si è sentito calamitato da certe letture clandestine. In quel turpe guazzabuglio in cui possono e devono agitarsi libertinismo sfrenato, fantascienza radicale, sociologia francese e superficialità occulto-esoteriche, gli autori di destra non possono che troneggiare su un palco privilegiato: tomi di edizioni oscure, reperiti in modo spesso fortunoso, da nascondere per godere o da esibire per scandalizzare. Un marasma contraddittorio che è nettare divino (o meglio, infernale) negli anni della maturazione inquieta, da accoppiare preferibilmente con un mortifero contorno di sinfonie industrial da falciare l'udito e pellicole porno-orrorifiche con pretese concettuali non supportate da budget adeguati. Lungi dal limitarsi a solleticare il nostro emisfero morboso, sbirciare dentro l'abisso e confrontarsi con l'inaccettabile vuol dire soprattutto mettere alla prova i propri limiti morali e, così facendo, immunizzarsi da qualsiasi tentazione nociva.

Si parva licet, non immagino troppa distanza tra il quadruccio di ingenuità adolescenziale descritto all'inizio e la parabola di Douglas Pearce: anche lui un punk da cameretta, ma con libri di storia dalle preziose rilegature a sostituire i poster e scabre rune al posto delle "A" cerchiate. Mai stato un provocatore, questo inguaribile romantico malato di anacronismo, ossessionato dal destino di un Occidente già tramontato piuttosto che dal desiderio di metterne a soqquadro le rovine. In quella misantropia decadente e antimoderna, più tenera che minacciosa, si specchia un topos umano a cui è impossibile resistere: quello dell'eterno sconfitto, irrimediabilmente fuori posto, solo contro tutti sempre e comunque. Un perdente che può farsi eroe quando, nelle sue assorte meditazioni, si strugge per espiare la sofferenza del genere umano.

E solo lo è rimasto per davvero, nel 1987. Se ne sono andati prima Tony Wakeford, di lì a poco titolare dell'avventura Sol Invictus, e poi Patrick Leagas, responsabile del reparto elettronico. Il primo, si dice, per incomprensioni più politiche che musicali, il secondo perché turbato da quel maledetto concerto di due anni prima a Bologna, in cui una spettatrice indignata li contestò senza giri di parole. E’ rimasto solo, ma a dargli man forte sono giunti vecchi e nuovi amici fidati, di quelli che puoi chiamare a notte fonda se ti svegli vicino a un cadavere: Rose McDowall (Strawberry Switchblade), Ian Read (Fire+Ice), un John Balance all'apice della carriera (pochi mesi prima i Coil hanno dato alle stampe il loro supremo capolavoro) e soprattutto David Tibet. Proprio il leader dei Current 93 si rivelerà l'uomo-chiave del nuovo corso, irrorando le visioni storico-militaresche di Pearce con massicce dosi di magia thelemica à-la Aleister Crowley. Non che uno come Douglas abbia bisogno di troppo sostegno: pochi altri musicisti sono riusciti a essere altrettanto intensi e completi servendosi unicamente della propria chitarra e della propria voce.

Definire "Brown Book" il manifesto assoluto del neofolk è riduttivo: in queste undici tracce dimora la più compiuta realizzazione di quella "musica autenticamente europea" che Pearce insegue sin dalla fondazione della New European Recordings. E' l'affresco disarmante ma non disarmato di un continente a pezzi, molto prima che i Laibach ne declamassero il referto autoptico, una contemplazione delle macerie e tra le macerie. La decadenza che l'autore condanna è valoriale, non morale, e l'esito è un pianto senza lacrime più che una filippica infuocata, con un bagaglio di riferimenti che parte da Spengler e arriva, guarda un po', al prediletto Mishima.
Quella di Pearce è una voce svuotata di vita che pare echeggiare da un'altra epoca, rassegnata ma carica di dignità nella sua consapevolezza di non avere interlocutori. L'immagine è quella di un uomo asserragliato in un bunker mentre fuori si rade al suolo la civiltà, un soldato fantasma giapponese ancora inchiodato su una posizione che nessun imperatore gli impone di mantenere, non essendoci più alcun imperatore. L'unica parola per descrivere questo stato d'animo, individuale e collettivo, è il nome della primissima band del Nostro: Crisis.

Troppo facile esaurire la portata dell'opera fermandosi alla copertina e al titolo, pur eloquenti se non spaventosi: c'è troppo altro al di là e al di qua del Terzo Reich, a ispirare questo lacerato grido di dolore. Vero però che la famigerata Notte dei Lunghi Coltelli rimanga l'allegoria preferita di Douglas, omosessuale viscontiano capace di affrontare un plotone sorseggiando vino rosso (sangue), mai autoindulgente né nelle metafore più turgide, né nei campionamenti più lugubri. Nella sua personale mostra delle atrocità, le casacche brune delle SA diventano un tutt'uno con il girone della merda pasoliniano, un naufragare "neutered and muddy" in cui cercare la propria redenzione fissando negli occhi un mondo ormai allo sbando.

Difficile immaginare un prologo più raggelante di "Heilige Tod" (attacco da messa nera di Anton LaVey calato in una filastrocca tedesca invocante la "santa morte" del titolo, viziosa Mitteleuropa weimariana tra Weill e Fassbinder), quando ecco che "Touch Defiles" piomba dal cielo come una valchiria e ti trascina per i piedi frantumandoti le ossa: un verso come "But we desecrate at a touch/ And touch defiles" è un corpo morto che cade dall'Eden e precipita nel pozzo nero della Storia ("This war of emotion/ The fate of our age"). Mette i brividi la freddezza con cui Douglas sputa a raffica parole come "true deceit", "betrayed", "blame", ma in quale altro modo si può definire un'epoca "purged of purity"? Il tutto accoccolato su un francescano stornello da Campo Hobbit, pur insidiato da urla bestiali.

Ora che le coordinate sono tracciate, ci si può addentrare nel calvario: "Fear is a token", a quanto pare, e "Hail! The White Grain" ne sviscera la polpa tra solenni rintocchi di campane tubolari. Come un San Sebastiano in tuta mimetica, Pearce si immerge nel suo martoriante immaginario tra Genet e Bataille, approdando alla più sconfortata delle equazioni: "This life, this pain".
Il quadro non lascia scampo, ma l'autocommiserazione cede il posto a un consolante languore da nobile decaduto: introdotta da una maestosa fanfara militare, "Runes And Men" trasforma il bisogno di sollievo in un potente inno etenista contro il Presente, pregno di nostalgia per età dell'oro mai vissute ("Then my loneliness closes in/ So I drink a German wine/ And drift in dreams of other lives/ And greater times"), e la voglia di evadere è tanta da non disdegnare un bacio in bocca alla Morte ("To die now would be perfection").

Torna in sé nel folk industriale di "To Drown A Rose", con cui riprendere l'inflessibile assalto ai suoi contemporanei ("Decay of belief/ And the highest doubts"), non senza un filo di bava acida ("Like a crystal tear/ I wait to betray/ The lie across the sea/ My hate is love to me"). Mirabile la frattura tra la purezza innocente da "rosa affogata" della bella McDowall e il monocromatico salmodiare della bestia Pearce, in un'arte che si nutre anche e soprattutto di contrasti.
E l'ambiguità del cantante trionfa nel torrenziale racconto di "Red Dog, Black Dog", forse collage di ricordi d'infanzia (la madre era solita dilettarsi insieme al figlio con una tavoletta ouija), forse apologo politico, su uno spettrale tappeto di voci dannate. In nuce, s'intravedono già gli esperimenti spoken santificati nella collaborazione con Boyd Rice.

La seconda facciata si fa strada tra un concentrico pianto di orfani, anche se l'Angelo Sterminatore aromatizzato allo Zyklon B di "In The Fog Of World" preferirebbe piuttosto "be the one who makes mothers cry". E' l'unico momento in cui Douglas aguzza un autentico sadismo e pare oltremodo compiacersene, ma fatichiamo a non scorgere in tanta efferatezza un ghigno sarcastico.
Il momento è propizio per sguinzagliare i temibili ospiti: Balance, nella bolgia martellante di "We Are The Lust" (che anticipa talune bestialità dei Godflesh); Tibet, fra i sintetizzatori carpenteriani di "Punishment Initiation"; Read, nella già evocata title track, una versione rallentata e a cappella di "Horst Wessel Song", inno uncinato per eccellenza. Significativa la sequenza: il primo brano slega i famelici segugi infernali ("We are the lust that comes from nothing"), il secondo ne porta alle estreme conseguenze l'orrenda depravazione ("This sleepless night's torture/ We pray for its ending/ We push for the slaughter/ Of a broken faith missing/ Of a passing love dying"), il terzo li abbatte impalandoli su una pira di libri di storia, unica fiamma capace di placarne l'inconsulto fuoco.

Dopo tanto baccano, chiudere con una breve elegia per voce e chitarra acustica è un colpo da gran teatrante, specie se la canzone s'intitola "Burn Again" e contiene versi quali "Dignity and solitude/ The gain of my fortitude/ The strength of my body/ Is the strength of my mind", finalmente in odor di pacificazione dopo tanto tormento. La chiusa, un addio da un treno in corsa a occhi asciutti ma petto gonfio, rimane tra le più commoventi che si siano mai ascoltate: "These dreams I worship/ And nightmares I love/ This 'together' that lasts for never/ This farewell coloured blood love".
Nel 2007, in occasione del ventennale, Pearce si concederà una rara autocelebrazione con una lussuosa riedizione su doppio Cd in confezione di puro marmo (!). L'album è tuttora bandito in Germania, dove Douglas rimane "persona non gradita": fare i conti con certi spettri, d'altronde, non può essere alla portata di tutti.

Opera di terrificante intensità nel suo spasmodico anelito di Bellezza, "Brown Book" è un amaro calice da centellinare a piccolissimi sorsi per concedersi il torbido piacere del proibito e, perché no, esercitare la più perigliosa delle nostre libertà: quella di guardare in faccia il Male.

(16/06/2019)

  • Tracklist
  1. Heilige Tod
  2. Touch Defiles
  3. Hail! The White Grain
  4. Runes And Men
  5. To Drown A Rose
  6. Red Dog - Black Dog
  7. The Fog Of The World
  8. We Are The Lust
  9. Punishment Initiation
  10. Brown Book
  11. Burn Again
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