Sol Invictus

Sol Invictus

Il sole invitto sulle rovine

di Cesare Buttaboni, Marco De Baptistis

Interprete d’eccezione del neofolk, il bardo inglese Tony Wakeford e la sua creatura Sol Invictus hanno cantato il tramonto dell’Occidente e le sue rovine. Con uno sguardo pessimista ma anche romantico, l’ex Death In June ha trasposto l’ardore del post-punk in un sentimento nuovo: una nostalgia per un'Europa perduta, cresciuta all’ombra di un sole invitto

I Sol Invictus sono da sempre la creatura del bardo Tony Wakeford. Il nome si riferisce al culto del Sole Invitto, adorato nel tardo impero romano da imperatori come Eliogabalo, Aureliano e Costantino. Una scelta non casuale, che dimostra l’interesse di Wakeford per i culti del paganesimo ritenuti più veri, autenticamente europei, più sinceri e meno ipocriti del Cristianesimo.
Wakeford nasce artisticamente come bassista dei Crisis, gruppo punk in cui militò anche il giovane Douglas Pearce. In seguito, assieme a Pearce e Patrick Leagas, il trio mette in piedi la prima formazione dei Death In June. Gli esordi della Morte in Giugno con dischi seminali come “The Guilty Have No Pride” e “Burial” vedono quindi la partecipazione di Wakeford sia come bassista, sia alla scrittura delle musiche e dei testi.
Ai tempi dei Crisis, il Nostro si iscrive per breve tempo al Socialist Workers Party. Non è un segreto che tutta la band, Pearce compreso, guardasse con interesse al mondo operaio e al sottoproletariato inglese, brodo di cultura di molti gruppi punk e oi! originari. In seguito, Wakeford è allontanato dai Death In June a causa della sua militanza nel National Front, un’esperienza che durerà poco e che successivamente lo stesso Wakeford giudicherà molto negativamente. Del resto, un temperamento anarchico e tradizionalista come il suo ha ben poco a che spartire con i moderni partiti politici di sinistra e di destra.

Dal post-punk al neofolk contro il mondo moderno

Wakeford forma quindi gli Above The Ruins, gruppo post-punk sulla scia dei primi Death In June. L’acerbo Songs Of The Wolf, esce nel lontano 1984 ed è l’unica registrazione sotto questa sigla. Nel 1987 Wakeford crea quindi i Sol Invictus. Pur attorniato di volta in volta da vari collaboratori, il Sole Invitto è il suo progetto personale in cui riversa le sue idee e la sua visione pessimista della civiltà moderna. Non a caso il primo Ep del 1987 è intitolato Against The Modern World, traduzione inglese del celebre e importante "Rivolta contro il mondo moderno" del filosofo tradizionalista italiano Julius Evola. In verità, Wakeford ha ammesso di aver scelto il titolo perché suonava bene e si adattava alla sua “visione” della realtà, ma di non aver mai sposato in toto le teorie di Evola. In ogni caso, dietro a Evola c’è Oswald Spengler, autore del monumentale "Tramonto dell’Occidente", altro testo fondamentale per capire anche l’etica e l’estetica di Sol Invictus e del neofolk in generale.
La prima produzione del Sole Invitto non è scevra da alcuni difetti tecnici dovuti anche alle rudi radici punk. I suoi primi lavori sono a volte penalizzati anche da una registrazione grezza e lo-fi, ma tuttavia già nel primo Ep, Against The Modern World, – disco di importanza storica fondamentale per il genere - traspare un’urgenza espressiva sincera nel sottolineare la decadenza della moderna civiltà occidentale. All'epoca Wakeford si accompagna con Gareth Smith (Decadent Few, No Remorse) e Ian Read (in futuro responsabile del seminale progetto pagan-folk Fire + Ice).
In Against The Modern World troviamo quattro piccoli classici che hanno fatto scuola: “Angels Falls”, la title track – un vero e proprio inno “evoliano” in musica - “A Ship Is Burning” e “Summer Ends” sono ballate folk sporche inframmezzate da synth e batteria elettronica in cui in nuce si intravede lo splendore di un suono che diventerà in futuro più raffinato e rifinito ma che riesce nondimeno a emozionare, e qui l’influenza del post-punk è ancora molto evidente.
Wakeford è molto più diretto e meno criptico e ambiguo rispetto a Douglas P. nel gridare il suo sdegno per la massificazione dell’Occidente e nel denunciarne l’evidente declino. In "Raven Chorus" e nella marziale "Wolf-Age, Axe-Age" traspare anche un interesse per il paganesimo nordico, probabilmente grazie all'influenza di Ian Read.

sol_invictus_1_01Dopo il live In The Jaws Of The Serpent, penalizzato da una pessima registrazione, il primo e vero proprio disco dei Sol Invictus è Lex Talionis, uscito inizialmente nel 1989 in un box triplo comprendete anche "Horsey" dei Current 93 e "Lumbs Sister" dei Nurse With Wound, e poi nel 1990 in una versione definitiva e leggermente rivista. Il disco risente in parte dei difetti dell’esordio, ma rimane ancora oggi un’ottima prova che conferma il talento di Wakeford. Anche oggi resta uno dei dischi più amati dai suoi fan.
Il suono è sempre ruvido e trova ancora spazio la chitarra elettrica. Fra i collaboratori troviamo Karl Blake al basso, Leithana alla voce e Richard "Dik" Evans (ex-Virgin Prunes) alla batteria. Vi sono in ogni caso alcuni classici come “Black Easter”, la splendida ballata “Ruins”, uno dei cavalli di battaglia dal vivo - anche qui c’è un riferimento a Evola e, nello specifico, al suo classico "Gli uomini e le rovine" - e l’epica, emozionante e ancestrale “Abbatoirs Of Love” con Ian Read alla voce, caratterizzata dal suono di un malinconico pianoforte. Da segnalare anche la ripresa di “Fields”, classico post-punk presente in "Burial" dei Death In June, qui riproposto in versione acustica.

Nel 1990 esce Trees In Winter, da considerare un vero e proprio punto di svolta del genere neofolk, o meglio folk-noir, termine quest’ultimo usato dallo stesso Wakeford per definire la sua musica. Circondato ancora da Ian Read, dal fido Karl Blake al basso, da James Mannox alle percussioni, da Sarah Bradshaw al violoncello e al flauto e da Joolie Woods al violino, il nostro crea un suono folk malinconico e autunnale, in cui s’intravedono le brume della campagna inglese. Se si vuole capire la musica e l’estetica wakefordiane, bisogna passare per forza di qui. I Sol Invictus non sono perfetti: meno criptici e simbolici dei Death In June, meno raffinati dei Current 93, tuttavia esprimono un senso di purezza e chiarezza d’intenti che non lascia indifferenti.
Molti i brani da ricordare fra cui l’iniziale “An English Murder”, “Gold Is King” – introdotta dalla voce di Ezra Pound – e “Looking For Europe”, ancora caratterizzata da un basso pulsante post-punk, memore dei Death In June di "The Guilty Have No Past". Alla lunga, forse, può emergere una certa monotonia di fondo, ma il disco rimane un diamante ancora grezzo che conferma il valore dell’arte del Sole Invitto.

A questo punto la produzione dei Sol Invictus inizia a diventare confusa, con vari dischi che comprendono vecchi brani rivisitati, non sempre a beneficio della qualità. Così The Killing Tide del 1991 racchiude pezzi nuovi e di buon livello alternati ad altri trascurabili. Spiccano la trascinante “Like A Sword”, la bucolica “In A Silent Place” e la strumentale “Let Us Pray”, titolo anche di un pregevole live del 1992, con una bella tromba malinconica alla Death In June in evidenza. Anche la title track si ritaglia il suo spazio: in generale, sembra che Wakeford stia affinando la sua arte ma non tutto brilla. La seconda parte rilegge in maniera discutibile alcune tracce di Trees In Winter e suona come un riempitivo un po' trascurabile.

King & Queen del 1992 rivela un Wakeford con una scarsa vena di ispirazione: nessun brano svetta in particolare, in un disco un po’ noioso, in cui emergono tutti i loro difetti. Nota di merito invece per la bellissima copertina del pittore Tor Lundvall che, da questo momento, contribuisce con la sua arte a raffigurare "elficamente" la poetica malinconica dell’artista inglese. I due pubblicheranno nel 1998 anche un’interessante collaborazione intitolata Autumn Calls.

Molto meglio invece il primo disco solista di Wakeford, La Croix: si tratta a tutti gli effetti di un disco dei Sol Invictus e infatti verrà ristampato con il nome del gruppo nel 2011. Il suono è ricco e raffinato e vede la presenza di una nutrita sezione d’archi. La title track, una traccia strumentale dal “mood” drammatico che apre e chiude il cerchio – come da prassi Sol Invictus – di questo lavoro. Da segnalare “The Fool”, un bel brano che si candida a classico del gruppo e la concitata “Come The Horsemen”.

Anche Cupid & Death del 1996, altro disco pubblicato inizialmente solo a nome di Wakeford, verrà rieditato sotto la sigla Sol Invictus nel 2012, vista la vicinanza stilistica con il sound del gruppo madre.
Nello stesso periodo esce un ottimo e bizzarro disco a nome Tony Wakeford e Steven Stapleton (Nurse With Wound) intitolato Revenge Of The Selfish Shellfish. L'album è un gioiello di arte weird e mette insieme le atmosfere alla Sol Invictus con la chiara influenza da collage surrealista di Stapleton.

Death Of The West del 1994 rievoca sin dal titolo il "Tramonto dell’Occidente" di Oswald Spengler. In origine, era un brano dei Death In June scritto anche da Wakeford e pubblicato su "Burial". Col senno di poi, questa canzone sembra quasi l’inizio simbolico del genere neofolk. L’incultura consumista americana viene dipinta, a ragione, come principale responsabile della decadenza d’Europa. L’album si presenta con la bellissima copertina dell’artista italiano Enrico Chiarparin, molto apprezzato anche da Douglas Pearce. La prima parte è stupenda e comprende, oltre a una nuova versione della title track, brani molto efficaci come “Sheath And Knife” e “Amongst The Ruins”, già ascoltata in “Lex Talionis” ma qui riproposta in una veste più raffinata anche grazie agli arrangiamenti di David Mellor (alle tastiere) e al violoncello di Sara Bradshaw. Anche la nuova versione di “Kneel To The Cross” guadagna rispetto a Lex Talionis. La seconda parte è invece un po’ più debole, sulla falsariga di The Killing Tide.

"In The Rain" e il folk-noir della seconda parte degli anni Novanta

sol_invictus_2_01Nel 1995 esce In The Rain. Si tratta senza dubbio del capolavoro dei Sol Invictus fino a quel momento. La voce è molto più varia del solito e nessun brano funge da riempitivo. È un disco malinconico, che rispecchia alla perfezione tutta la poetica del Sole Invitto. Lavoro intimo e autunnale fin dalla copertina, In The Rain avrà sempre un posto particolare nella discografia del gruppo. Si respira, in tracce come la pacata “Stay”, l’accorata “Believe Me”, la brumosa “An English Garden” e l’epica “Feel Like Rain”, un afflato spirituale verso la bellezza quasi mistica delle piccole cose quotidiane. “Piove a dirotto sulla nostra Europa”, esclama il bardo inglese, richiamandosi metaforicamente ai temi cari della sua prosa romantica e pessimista. Al contempo, qui sembra aprirsi a una speranza. Come afferma in “Believe Me”: "Without love we are lost/ Believe me, we are lost/ Without love we are dust/ Believe me, we are dust”.

Nel 1997 è invece la volta di The Blade, altro album molto importante anche se più discontinuo rispetto al suo predecessore. La marziale title track – divisa in due sezioni, una strumentale e una cantata – ci introduce – con la tromba di Eric Roger, l’onnipresente basso distorto di Karl Blake, il flauto di Sally Doherty e la chitarra acustica di Wakeford – a un lavoro molto cupo e apocalittico, nero come la pece.
La prima facciata è già interessante, ma la seconda è stupenda. Da ricordare sicuramente la gotica e intensa “The House Above The World”, con il piano in sottofondo, e la ficcante e travolgente ballata acustica “Laws And Crowns”, uno dei loro classici immortali. Impossibile poi non menzionare “See How We Fall”, decadente inno alla dissoluzione morale e materiale della nostra epoca, con un finale che si avventura in territori quasi psichedelici pur mantenendo un'asprezza marziale e al contempo post-punk. Nella strumentale e nebbiosa “From The Wreckage” possiamo invece ascoltare ancora la voce di Ezra Pound.

Nel 1999 viene dato alle stampe In A Garden Green, probabilmente il loro disco migliore dal punto di vista formale, debitore di certe soluzioni de L'Orchestre Noir, il progetto sinfonico di Wakeford che conta solo due pubblicazioni, Cantos e 11 (in seguito il progetto sarà ripreso con il nome Orchestra Noir e con altri collaboratori). Grande protagonista in questo disco sono il violino di Matt Howden, la tromba di Eric Roger e le bellissime voci di Sally Doherty e Jane Howden e il consueto basso di Karl Blake. Siamo di fronte all’opera più poetica del Sole Invitto assieme a In The Rain.
Fin dall’iniziale “Come The Morning” siamo proiettati all’interno di un giardino segreto di una vecchia dimora vittoriana: si respira un’atmosfera incantata e malinconica molto inglese, in cui riaffiorano vecchi ricordi sepolti dell’infanzia. Quello che forse la musica guadagna in forma lo perde in immediatezza, anche se è innegabile la bellezza senza tempo di questa musica. La filastrocca nera “O Rubor Sanguinis”, la sacralità di “Ave Maria”, le trame bucoliche della title track disegnano un arazzo sontuoso che rievoca tempi antichi. La conclusiva “Europa Calling” ci riporta sulla terra con il tipico sound dei Sol Invictus.

Gli anni Duemila sotto il Sole Invitto

Il disco successivo - The Hill Of Crosses del 2000 – mette in rilievo come a questo punto la loro discografia inizi a farsi ingombrante – tenuto conto anche dei lavori solisti di Wakeford - un po’ come accade per i Current 93 e, in misura minore, per i Death In June. Inutile negare che comincia ad affiorare un po’ di confusione e assuefazione. Intendiamoci, Wakeford qualcosa di buono riesce sempre a tirarlo fuori, ma forse sarebbe stato meglio calibrare le uscite con maggior raziocinio.
La sacrale “Chime The Night” sembra riallacciare il filo con il precedente In A Garden Green. Fra i brani da ricordare, all'interno di un'opera discontinua, l’imperiosa title track, con l’epica tromba di Eric Roger, la cupa “A German Requiem”, l’atipica e jazzata “December Song” cantata da Sally Doherty – non sembrano neanche i Sol Invictus – e il traditional “Hundreds”.

Molto meglio ascoltarsi il loro live a Trieste che fu registrato nel 1999 e pubblicato nel 2000 sotto il titolo di Trieste. Tony Wakeford, Matt Howden e Sally Doherty riescono ad affascinare la platea con un’ispirata e trascinante esecuzione dei classici del Sole Invitto.
Nel 2001 esce anche Brugge, altra registrazione di un concerto tenutosi nella città belga di Bruges nel febbraio del 1996, ai tempi di In The Rain.

Nel 2002 è la volta di Thrones, disco particolare che si discosta da quanto fatto in precedenza. Il tentativo è di arricchire il suono e renderlo più raffinato facendo emergere alcuni amori musicali di Wakeford, come il jazz e il prog (il nostro è un fan dei King Crimson). Lodevole come premessa di base: peccato che il risultato complessivo non sia soddisfacente. La forza del Sole Invitto è sempre stata la semplicità e l’impatto di un sound nondimeno efficace ed emozionante. Nei ghirigori musicali di Thrones si fatica un po’ a trovare il bandolo della matassa. I brani cantati sono pochi - “Do And Say”, “Then He Killed Her”, la buona e atmosferica “In The Blink Of A Star” con il violino di Matt Howden protagonista - e suonano senza mordente, mentre il disco sembra perdersi nei meandri di trame un po’ fini a se stesse.

A questo punto cambia qualcosa: Howden e la Doherty se ne vanno e Wakeford cerca di riorganizzare il gruppo. Il risultato è The Devil’s Steed del 2005. Forse resosi conto che le ultime produzioni non erano completamente a fuoco, il bardo inglese ritorna sui suoi passi sfornando un disco vecchia maniera. La traccia iniziale è un tipico anthem nel loro stile, mentre “Old London Weeps” – con il piano e gli archi di Maria Vellanz e Renee Rosen - riporta la mente alle atmosfere incantate di In The Rain.
Anche l’irruente “The North Ship” convince con i suoi toni solenni. “Twa Corbies” rivisita un traditional e, a suo modo, è un pezzo significativo, in quanto darà il nome a un futuro e ottimo progetto musicale di Wakeford con il tedesco Gernot Musch (ex-Pilori e Golgatha). Nonostante non si tratti del loro miglior lavoro, The Devil’s Steed risulta comunque un album pregevole.

sol_invictus_3Nel 2010 esce un ottimo disco con Guy Harries e Yariv Malka a nome Orchestra Noir (da non confondere con L'Orchestre Noir, progetto del solo Wakeford di qualche anno prima). What If... rappresenta la declinazione corale in cui cavalcare ed esplorare i sentieri più strettamente connessi con certo immaginario neoclassico.
Nel 2011 è poi la volta di The Cruellest Month che viene pubblicato in un periodo di stagnazione del genere neofolk. Nonostante questo, in confronto a certe produzioni coeve della Morte in Giugno e dei Current 93, il disco – che si presenta con un bell’artwork di Tor Lundvall - riluce di una buona ispirazione, merito anche del nuovo membro, il medievalista Andrew King, con cui aveva collaborato nell’ottimo progetto The Triple Tree. Da segnalare sicuramente la romantica “To Kill All Kings”, dall'andatura travolgente e dalle sfumature elettriche. “The Fool Ship” è psichedelia che ricorda qualcosa della Incredible String Band, inoltrandosi in territori folk-prog.
Altrove ritorna il collaudato marchio di fabbrica dei Sol Invictus in brani come l’incantata “April Rain”, l'intensa “Cruel Lincoln” e la splendida “Something’s Coming” (curiosamente, è anche il titolo di un bel live dei Death In June).

In Once Upon A Time del 2014 troviamo alla chitarra Don Anderson degli Agalloch, influente gruppo black-metal americano. Il lavoro si rivela però un mezzo passo falso, forse anche a causa dell’assenza di Andrew King. Sicuramente buono risulta essere l’apporto del citato Don Anderson – notevole l’incipit di “MDMLXVI – The Devil’s Year” - che dona il suo tocco elettrico alle composizioni. In realtà, il disco non è così scadente: il problema di fondo è che, come già accaduto in passato in qualche occasione, nessun brano sembra toccato dal sacro fuoco dell’ispirazione.
Nel 2015 Wakeford forma, assieme a Lloyd James (Naevus) Clive Giblin (Alternative TV) e Igor Olejar (Autorotation) i 1.9.8.4. (in seguito chiamati Crisis 1.9.8.4.) per suonare i brani che aveva scritto ai tempi dei Crisis e dei primi Death In June. Seguono diversi concerti che riportano in auge quel periodo essenziale degli anni Ottanta, a cavallo tra punk, wave e post-punk.

A distanza di quattro anni, esce quello che è, al momento, l’ultimo disco del Sole Invitto ovvero Necropolis. Si tratta quasi di un concept dedicato a Londra e al Tamigi, visto come un serpente che attraversa la città. Volendo, si potrebbero avvertire echi del libro "L’avventura londinese o l’arte del vagabondaggio" dello scrittore gallese Arthur Machen (non va dimenticato quanto sia importante la tradizione letteraria nera per l’immaginario dei Current 93 e anche dei Sol Invictus). Il titolo si riferisce a una linea ferroviaria sotterranea che collegava Londra con il cimitero di Brokwood fra il 1885 e il 1941. Fra i brani, in cui troviamo ancora Don Anderson alla chitarra e le voci del Green Army Choir, sono da ricordare la splendida “Nine Elms”, la concitata “Turn Turn Turn”, “Serpentine” e “The Last Man”.
Reminiscente di alcuni loro classici (come, ad esempio, The Blade), Necropolis potrebbe essere il loro ultimo lavoro e rappresentare, in questo modo, una sorta di testamento spirituale del Sole Invitto.

Sol Invictus

Il sole invitto sulle rovine

di Cesare Buttaboni, Marco De Baptistis

Interprete d’eccezione del neofolk, il bardo inglese Tony Wakeford e la sua creatura Sol Invictus hanno cantato il tramonto dell’Occidente e le sue rovine. Con uno sguardo pessimista ma anche romantico, l’ex Death In June ha trasposto l’ardore del post-punk in un sentimento nuovo: una nostalgia per un'Europa perduta, cresciuta all’ombra di un sole invitto

Sol Invictus
Discografia
 ABOVE THE RUINS 
   
 Songs Of The Wolf (Grimnir 1984) 
   
 SOL INVICTUS 
   
Against The Modern World (L.A.Y.L.A.H. Antirecords, 1988) 
 In The Jaws Of The Serpent (Live, S.V.L. Records, 1989) 
Lex Talionis (Cerne, 1990) 
 Trees In Winter (Tursa, 1991) 
 The Killing Tide (Tursa, 1992) 
 King & Queen (Tursa, 1992) 
 Let Us Pray (Live, Tursa, 1992) 
 Death Of The West (Tursa, 1994) 
In The Rain (Tursa, 1995) 
The Blade (Tursa, 1997) 
 In A Garden Green (Tursa, 1999) 
 The Hill Of Crosses (Tursa, 2000) 
 Trieste (Live, Tursa, 2000) 
 Brugge (Live, Tursa, 2001) 
 Thrones (Tursa, 2002) 
 The Devil’s Steed (Dark Vinyl Records, Tursa, 2005) 
 The Cruellest Month (Auerbach Tonträger, 2011) 
 Once Upon A Time (Auerbach Tonträger, 2014) 
 Necropolis (Auerbach Tonträger, 2018) 
   
 WAKEFORD - STAPLETON 
   
 Revenge Of The Selfish Shellfish (Tursa, 1992) 
   
 TONY WAKEFORD 
   
 La Croix (Tursa, 1993) 
 Cupid & Death (Tursa, 1996) 
   
 L´ORCHESTRE NOIR 
   
 Cantos (Tursa, 1997) 
 11 (Tursa, 1998) 
   
 TOR LUNDVALL & TONY WAKEFORD 
   
 Autumn Calls (Tursa 1998) 
   
 THE TRIPLE TREE 
   
Ghost (Cold Spring, 2008) 
   
 ORCHESTRA NOIR 
   
What If... (Neuropa, 2010) 
   
 TWA CORBIES 
   
 The Clamouring (Bollebouz Tonträger, 2015) 

 

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