Dovremmo confidare nell'eterno ritmo
(Nikos Kazantzakis)
Per
Pino Mango il pensiero di Kazantzakis deve aver avuto sempre e comunque un significato espanso. Ce lo ha dimostrato puntualmente il suo stile, unico nel panorama italiano ancora oggi, a undici anni dalla sua prematura scomparsa. Il cantautore di Lagonegro ha unito mondi, sondato sentieri in apparenza impossibili, e soprattutto ha avuto il coraggio di proporre un pop alieno, imbevuto di ritmiche esotiche e trovate elettroniche talmente singolari da relegarlo almeno nei primissimi anni della sua carriera a Uap della musica leggera. A innalzare l'asticella ci ha pensato poi la sua voce, altrettanto riconoscibile e suprema, caratterizzata da un falsetto morbidissimo, educato, e da un'estensione di ben tre ottave.
Dopo aver raggiunto i piani alti dell'industria discografica italiana già nella prima metà degli
anni 80 in compagnia del fratello Armando, compositore e paroliere raffinato e suo più fidato collaboratore, Mango arriva nel 1990 forte del successo ottenuto da una delle sue canzoni più amate, "Bella d'estate", scritta con
Lucio Dalla. L'intento è stravolgere ulteriormente una ricetta ormai collaudata ed evitare i numeri raggiunti da "Inseguendo l'aquila", di certo non paragonabili alle cifre del precedente album, "Adesso". E per farlo decide di testare i suoi intenti al
Festival di Sanremo, al quale partecipa in quello stesso anno per la quarta volta con la canzone "Tu... sì", interpretata anche da Leo Sayer con il titolo "The Moth And The Flame" e, con "La nevicata del '56" di
Mia Martini, la prima a essere condotta sul palco dell'Ariston dal leggendario (e parimenti rimpianto) Peppe Vessicchio.
"Tu... sì" snocciola infatti alcuni dei nuovi impulsi creativi di Mango, amplificati dall'atmosfera esotica ricreata dalla tastiera di un gigante come Geoff Westley, che è anche il
deus ex machina delle undici canzoni di "Sirtaki", insieme al paroliere dei parolieri,
Mogol, chiamato per l'occasione dal musicista lucano per enfatizzare al meglio i testi e riportarli in qualche modo ai vertici delle classifiche. È una doppia scelta azzeccatissima, visto che "Sirtaki" è tuttora il disco più venduto della carriera di Mango con circa mezzo milione di copie e un picco del numero 2 della classifica di Tv Sorrisi e Canzoni.
Ma la meraviglia dell'ottavo album di Pino Mango risiede ben oltre il mero apporto di Westley e Mogol. A cominciare dall'introduttiva "Nella mia città", presente nel disco in una versione estesa d'apertura e una radiofonica di chiusura. Mango inaugura il suo speciale pop mediterraneo, dove le suggestioni della celebre danza formulata nel 1964 dal compositore Mikīs Theodōrakīs per il film "Zorba il greco" di Michael Cacoyannis sono solo il pretesto percussivo per addolcire il passo e condurre l'ascoltatore in una geografia inedita, mentre la
saudadecarioca incontra l'estasi orientale in un punto imprecisato del Mar Mediterraneo, e la naturalità di una città come Marrakech sottintende l'epicentro di un calore che culla il cuore e l'anima.
Nella mia città
C'è una casa bianca
Con un glicine in fiore
Che sale, sale, sale su
Sulla mia città
C'è un cielo grande
Che ti spalanca il cuore
E non ti delude mai
Attraverso le parole di
Mogol Mango omaggia a chiare lettere la sua Lagonegro, per una celebrazione genuina, scevra da carichi ermetici ed eccessivi svolazzi poetici. Mango canta della sua città assecondandone pregi e difetti, storie e mutamenti. Emerge fin da subito il desiderio di adagiare l'ascoltatore sopra un tappeto magico di suoni mediorientali e battiti tropicali agitati da Frank Ricotti, vibrafonista e percussionista inglese richiesto, tra gli altri, da gruppi e cantanti come
Status Quo,
Pet Shop Boys e
Tina Turner.
La successiva "I giochi del vento sul lago salato" esalta invece da un lato il sintomatico mistero caro a
Battiato e dall'altro lato l'ugola angelica di Mango con i suoi saliscendi tanto carezzevoli quanto mutanti. "Terra bianca" rincara ancora tale approccio, ma con una narrazione che verte sui significati dell'Universo intesi come sguardi perfetti per salutare una maternità attesa.
"Sirtaki" ha il fascino di un'oasi incantata. Mango si esalta come un pastore che accarezza la sabbia del deserto e contempla "un sole sconosciuto" che irradia per caso. I cambi tra strofa e ritornello sono spiazzanti e scanditi con fare beato ("Ma com'è rossa la ciliegia", "Preludio incantevole"). Il musicista si stupisce delle meraviglie della terra e sfrutta questo suo dono per enfatizzare il proprio canto. Di fatto, "Sirtaki" anticipa a tutto spiano le suggestioni che verranno poi condensate nei brani di "Come l'acqua", l'Lp del 1992 che contiene un'altra canzone manifesto del suo stile: "Mediterraneo".
In questo susseguirsi di fascinazioni serafiche, spunta ai lati la hit che porterà nuovamente Mango al successo: "Come Monna Lisa". L'indecifrabile sguardo dipinto da Leonardo è il volano per esplicare una sensazione di smarrimento e venerazione. Il gancio melodico è tra i più trascinanti della storia del pop italiano, per una perla che eleverà ulteriormente Mango a profeta di un nuovo viaggio possibile, inaugurato per certi versi appena due anni prima da un altro Marco Polo della canzone nostrana,
Ivano Fossati, nei fraseggi mistici de "
La pianta del tè", così come da Paolo Modugno nei tribalismi sfuggenti di "Brise d'automne".
05/04/2026