Il tempo è galantuomo e come sempre fa il tempo, anche nel macrocosmo della musica, distinguerà l’ oro dalla pirite. Ad inizio anni 90 si è assistito a una nuova ondata di prodotti che rappresentavano un nuovo approccio stilistico alla materia rock, anzi si ponevano come un superamento formale del rock salvaguardandone lo scheletro (ritmo, ciclicità, spazialità…). Buona parte di questi prodotti e di questi artisti sono già dimenticati, altri si sono rivelati artisticamente delle bolle di sapone gonfiate dalla stampa di settore (ogni riferimento alla insulsaggine e alla mediocrità degli ultimi lavori di GYBE!! e del gruppo satellite Silver Mount Zion è puramente voluta), pochi resteranno nel tempo. Tra questi scommetterei sui Rachel’s.
“Systems/Layers” è il loro miglior disco. Difficile parlare di rock ormai con i Rachel’s, con questo disco, 19 brani però legati come un’enorme suite, i riferimenti ormai devono essere presi in altro ambito: Gavin Bryars, Philip Glass, Penguin Cafè Orchestra, Gorecky, gli ultimi Stars of The Lid…
Quasi totale assenza di percussioni, progressivo distacco dalla ciclicità minimale ormai sfruttata all’inverosimile, tono dell’opera a tratti molto cupo con grandi aperture romantiche, disco molto descrittivo, espressionista, malinconico, alternanza e sovrapposizione degli archi e delle parti strumentali con rumori ambientali, utilizzo sporadico dell’elettronica, voci e discorsi trovati, violoncelli drammaturgici, pianoforti esistenziali, accenni isolazionistici, perfino una canzone. Musica, e non onanismo acustico. Stavolta è superflua una descrizione delle singole parti.
Un disco bellissimo.
29/10/2006