Anas Mitchell

The Brightness

2007 (Righteous Babe) | songwriter, folk

Capitalizzare tutte le occasioni utili per regalarsi l’opportunità di una svolta.

Per una cantautrice emergente abituata a tranquille evoluzioni nel cielo della tradizione, non si direbbe certo un’impresa delle più agevoli. Anaïs Mitchell ha però saputo fare di se stessa un esempio tra i più fulgidi di una simile parabola ascendente, imponendosi nel circuito delle giovani songwriter alternative grazie a un paio di lavori autoprodotti e alla gavetta nei festival folk e conquistando la fiducia di Ani DiFranco, sempre a caccia di talenti puri da assicurare alla sua vivacissima Righteous Babe. 


Scritto in concomitanza con la stesura embrionale della folk opera “Hadestown” e pubblicato per l’etichetta di Buffalo nel 2007, “The Brightness” rappresenta il primo frutto di un nuovo e più intenso segmento di carriera per lei. Per lo slancio prodotto e la sua pregevole fattura, il discomerita di essere annoverato tra quelli importanti di Anaïs. E’ il ritratto di un’artista genuina, appassionata e contagiosa, capace di illuminare trame folk votate alla sobrietà grazie alla limpidezza della sua particolare, freschissima, voce da bimba. Come suggerito dai primi emblematici episodi, “Your Fonder Heart” e “Of A Friday Night”, la cantante americana vi appare straordinariamente comunicativa, diretta e alquanto convincente nel tenere a freno gli eccessi del proprio temperamento o le ingenuità dei suoi venticinque anni. A lasciare ammirati è in prima battuta il riuscito mix di confidenza ed equilibrio che nelle precedenti uscite non era andato al di là delle pur lodevoli intenzioni. Qui Anaïs dimostra invece di essersi scrollata di dosso ogni timidezza e di voler lasciare affiorare senza remore scorci sempre più ampi della propria personalità, pur continuando a prediligere registri dalla marcata impronta introspettiva.

 
A destare comunque le migliori impressioni è ancora una volta la sua interpretazione calda ed entusiastica, davvero preziosa nel preservare quel canto traboccante meraviglia dai rischi della maniera, dalle pose affettate e dalla stucchevolezza di cliché tanto abusati quanto logori. Lo schema resta orientato sulla formula del voce e chitarra predisposta al meglio (come già in “Hymns For The Exiled”) dalla mano fidata dell’arrangiatore e produttore Michael Chorney, essenziale dietro la console come nei parsimoniosi interventi strumentali qua e là disseminati con ponderato intento decorativo: oltre al pianoforte suonato con oculatezza dalla stessa Mitchell, entrano in scena come ospiti occasionali anche un sax baritono, che smussa le asperità e conferisce ulteriore colore, un hammond, una lap steel e il banjo di Ben Campbell, responsabile del pronunciato aroma traditional di “Shenandoah” ma anche del vivacissimo duetto con la sei corde che in “Hobo’s Lullaby” è tutto giocato su toni di radicale nudità (in odore di Naturalismo, complice una viola assai vibrante) e dedicato all’immaginario dei vagabondi e all’omonimo brano di Woody Guthrie. Episodi come questi conservano il fascino semplice degli acquerelli, delicatissimi ma rinfrancanti, a riprova che alla sorridente fanciulla del Vermont non occorrono grandi mezzi per incantare davvero e una dimensione raccolta, quasi domestica come quella appena descritta, le è anzi particolarmente congeniale.


Muovendosi con grazia sorprendente, danzando appena sul nylon delle corde, Anaïs definisce le condizioni ideali per arrivare al cuore di chi l’ascolta con le sole suggestioni della sua voce candida, adamantina, aliena alle maschere. Talvolta si mostra discreta, trattenuta sin quasi ai sussurri, ma sempre deliziosamente amichevole e confidenziale. E’ il caso di “Old-Fashioned Hat”, gioiellino prodigioso e teatro d’azione della Mitchell miniaturista, abilissima nella cura del dettaglio, della sfumatura minima, senza perdere un solo grammo della sua incredibile visceralità o di quelle sue fragranze così peculiari. Nondimeno la Nostra conferma un’eccellente giustezza nell’alternare momenti più impressivi a pause e silenzi dall’innegabile carica emotiva (“Changer” è esemplare), dote evidentemente rubata alla sua mentore e mecenate Ani. Le canzoni di The Brightness risplendono come frammenti di un impetuoso stream of consciousness, disciplinato in forma di schietta poesia a metà strada tra il diario e la pagina di giornalismo di strada, grandi passioni giovanili della Mitchell: piccoli quadretti, storie d’amore e vita che raccontano di meraviglie sospese, solitudini, poeti scomparsi, stanze e finestre spalancate per accogliere la luce della luna e, assieme a essa, l’inarrivabile magnetismo di un’ispirazione notturna.

 

L’album assume così i contorni della raccolta di istantanee scattate non con una macchina fotografica ma con la penna e l’inchiostro, lasciando il giusto respiro ad uno storytelling sapido come pochi, che omaggia implicitamente il già citato Guthrie, la più celebre delle scrittrici omonime (ovviamente Anaïs Nin, presenza fantasma in “Namesake”) e la New Orleans post-Katrina (“Out of Pawn”). La palma per il testo migliore se l’aggiudica però “Song of the Magi”, dove il risaputo scenario da presepe della nascita del Cristo perde ogni alone oleografico per via dell’amarissimo ribaltamento nell’attualità brutale dei nostri giorni. Le sue doti di affabulatrice, già apprezzabili, guadagnano allora ulteriori punti. Non manca un significativo estratto da quella “Hadestown” che nel corso del 2007 sarà più volte riscritta e portata in scena. E’ il dialogo imbevuto di eros e thanatos intitolato “Hades & Persephone”, interessante per la franchezza da brutta (neanche un po’) copia e già forte di quella stessa esuberanza espressiva, qui abbozzata con buona personalità dall’autrice e unica interprete, che tornerà in una nuova veste con il titolo “How Long?” nel disco successivo. Una promessa insomma, ancora con l’indeterminatezza fascinosa della pura ipotesi, destinata a concretizzarsi nel vero e proprio capolavoro di Anaïs solo tre anni dopo con un più adeguato dispiego di risorse e interpreti. 


Nel presente di “The Brightness” manca il colpo di genio sensazionale ma non la serenità di un’artista finalmente consapevole del proprio estro luminoso. Un passaggio “di formazione” quindi, senz’altro interlocutorio ma comunque prezioso nel registrare spunti già molto importanti. L’opera di una cantautrice giunta agli ultimi passi nella personale ricerca di uno stile, assai meno fragile che in passato e ammirevole nel non voler bruciare le tappe, per dare concretezza alla propria sensibilità artistica in un lavoro gentilmente intimista, proprio come lei.

(24/04/2014)

  • Tracklist
  1. Your Fonder Heart
  2. Of a Friday Night
  3. Namesake
  4. Shenandoah
  5. Changer
  6. Song Of The Magi
  7. Santa Fe Dream
  8. Hobo's Lullaby
  9. Old-Fashioned Hat
  10. Hades & Persephone
  11. Out Of Pawn
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