Patrick Wolf

The Magic Position

2007 (Loog / Polydor Universal) | pop

Lo possiamo ben dire: sul dizionario, il lemma "simpatia" non rimanda in alcun modo al nome di Patrick Wolf. Se vi doveste imbattere in una sua intervista (disponiamo di un asciutto quanto esaustivo esempio anche sulle nostre pagine), capireste cosa intendiamo. Chi è allergico all’arte pedatoria è pregato di portare pazienza, magari saltando a piè pari queste righe, tuttavia non possiamo fare a meno di accostare il giovane cantautore britannico all’altrettanto giovane pedatore Zlatan Ibrahimović. Avete presente il gigione svedese, quando si pianta immobile per interminabili secondi con la palla fra sé e l’avversario, aspettando la prima mossa di quest’ultimo per beffardamente saltarlo? Una delizia per gli estimatori del beau geste, una croce per l’inviperito difensore e per gli oltranzisti del barone Pierre De Coubertin. Ma soprattutto, con buona pace per ogni assunto riconducibile all’affabilità del personaggio e alla sua attenzione verso il mestiere altrui.

Aspettando che la buonanima di Lester Bangs si appropri infine della penna di qualche perfido scribacchino, affinché renda la vita difficile al nostro Patrick e ai suoi tormenti da public relation (e noi, anche volendo improvvisarci emuli, fummo frustrati nelle bellicose intenzioni dall’assai pratico ma limitante uso dell’e-mail), non possiamo che sommessamente andare oltre, e parlare del giocatore in quanto tale e del gioco, che nella fattispecie consiste nello scrivere canzoni. Wolf è in questo un talento cristallino, che sa muoversi e giocare come pochi altri.
Lo avevamo lasciato all’indomani della tempesta romantica di "Wind In The Wires", un autentico terremoto, la fragorosa scossa d’assestamento di una qualità già palesatasi al debutto, e che lo ha segnalato come il vero outsider vincente dell’anno duemilacinque. Lo ritroviamo oggi, liberato dall’effetto sorpresa, a riprendere il tema come se nulla fosse: in una mano la stessa penna puntata contro i nostri cuori, e nell’altra un vaso di pandora colmo di note, forse un po’ auto compiaciute, di certo più solari, ma che non sacrificano nemmeno una stilla di qualità sull’affollato e insidioso altare del cantautorato neoromantico.

Laddove il predecessore indugia su tempi posati e rallentamenti melodici, "The Magic Position", sia pur con analogo armamentario d’archi ed elettronica, trasmuta in qualcosa di più movimentato e brioso, regalandoci attitudini e propensioni più smaccatamente pop. Ci pensa subito "Overture" a inserire quella marcia più sostenuta che Patrick ci aveva fatto solo intravedere in precedenza (si ascoltassero "Tristan" e "The Libertine", di due anno orsono), coi suoi sbuffi incalzanti di matrice Tears For Fears prima maniera ("Mad World"?) che però nella seguente title track si accostano in modo ancor più deciso alla scrittura di Marc Almond. Non lo credereste? Levatele percussioni e archi, sostituendole con drum machine e sintetizzatori, e l’effetto Soft Cell è assicurato. L’affinità elettiva diviene ancor più praticabile con l’ascolto di "Accident & Emergency", per via di una sezione ritmica questa volta più spigolosa e ballabile, a immortalare il classico singolo vincente, di quelli da cui è difficile separarsi. E rapisce oltremodo anche il crescendo armonico di "The Bluebell", un summa melodico a due tempi il cui ritornello s’insinua con espedienti degni della migliore tradizione pop-wave britannica, che ha in Ian Mc Culloch uno dei suoi alfieri.

Come a volersi svincolare da così strette e, a sentir lui, ingombranti rispondenze, Wolf torna a raccogliersi attorno a umori più prossimi al folk. Così "Magpie" segna il ritorno a un mood più intimo e familiare, con un’accorata trama di pianoforte e viola che sostiene un delicato duetto canoro con un’ospite di lusso, una Marianne Faithfull dall’interpretazione quanto mai toccante e ispirata. Cantautorato classicheggiante e ambizioso che ben pochi sanno oggi esprimere con tanta compiutezza, e che va a far da liason con quello di "Augustine", evocante struggevolezze vicine a un Bowie sospeso fra "Hunky Dory" e "Ziggy Stardust", nonché col sapore retrò dello swingato piano bar minimalista di "Enchanted".

"Secret Garden" è un divertissment di saturazione digitale che funge da intro a "Get Lost", la quale rivela gli insospettati umori propri dei Cure intenti a maneggiare l’ unplugged della loro "Boys Don’t Cry". Il ritorno ai temi d’inizio album è solo apparente, giacché la già citata e quieta "Enchanted" predispone i chiaroscuri alla maestosa ninna nanna favolistica "The Stars", un vero gioiello d’innocente, infantile, onirica malinconia.
"Finale" è il breve strumentale a chiusura di un disco denso di citazioni ma mai calligrafico, che circoscrive ancor più le coordinate di uno stile personalissimo, per colui che si conferma quale uno dei cantautori principe della nuova generazione.

(01/02/2007)



  • Tracklist
  1. Overture
  2. The Magic Position
  3. Accident & Emergency
  4. The Bluebell
  5. Bluebells
  6. Magpie
  7. The Kiss
  8. Augustine
  9. Secret Garden
  10. (Let's Go) Get Lost
  11. Enchanted
  12. The Stars
  13. Finale
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