Amanda Palmer

Who Killed Amanda Palmer

2008 (Roadrunner) | songwriter

Cantantessa, tastierista e co-autrice dei Dresden Dolls, Amanda Palmer si propone come letterata scrittrice (nonché, ovviamente, cantautrice di tutto rispetto) per varare la sua carriera solista secondo un pugno di canzoni altamente personali. Il parallelo twinpeaksiano con l’anti-eroina Laura e il motto pseudo-generazionale degli anni ’90 (“Chi ha ucciso Laura Palmer?”) ne è dunque forte metafora.
Per accompagnare i suoi palinsesti vitalisti, Amanda Palmer si avvale di arrangiamenti sia imponenti che particolareggiati, in ogni caso orbitanti attorno alla diade inscindibile di canto e pianoforte. Ben Folds, arruolato per l’occasione, ha svolto il lavoro con un’attitudine finanche debordante. Da questo disco emergono lati del cantautorato femminile pressoché sconosciuti.

Così, in “Runs In The Family”, teatrante filastrocca a perdifiato, la cantante dilaga tra pose da kolossal e contrappunti infantili. Ma la connessione tra concerto assordante e sfogo personale - avulso da pretese intellettualoidi - è esemplificato nei registri rabbiosamente sfaccettati (nevrotici, marziali, epici, nebbiosi, crepitanti) di “Astronaut”, un diktat d’avanguardia in forma-canzone.

Ma i registri apparentemente pacati si dimostrano i più taglienti. Ciò vale per il lancinante rosario Pachelbel-iano di “Point Of It All”, fulgore del disco, l’adamantina “Blake Says”, contesa tra un’inimmaginabile Lisa Germano ancor più alienata monomaniaca e un clavicordio scordato, e “Ampersand” soliloquio lunatico sotto forma di romanza che rimanda alle disperazioni di Lida Husik. “Have To Drive”, ancor più austera, si rivela operistica all’ennesima potenza (con tanto di progressione marziale e coro). Tramite “Strength Through Music”, per parlato cronista, rintocchi impassibili di piano, cantilena onomatopeica e synth accidiosi, l’autrice girovaga in abissi psichici indefiniti.

I numeri spigliati nascondono - nei casi migliori - insidie scarsamente assimilabili. In “What's The Use Of Wond'rin?”, in duetto con Annie Clark, una sciatta aria d’operetta novecentesca, lambisce vertici d’istrionismo pagliaccesco, e “Oasis” - nella sua marcata puerilità - mette alla berlina l’emo-pop adolescente (con armonie vocali Beach Boys-iane). “Guitar Hero” arroventa (fino ad annientarlo letteralmente) il piano con distorsioni in girotondo, e soprattutto la baraonda da musical di “Leeds United”, con un tour de force di fanfare da big band prebelliche caoticamente mischiate alla sporca malizia dei Garbage, costituisce un superamento di quell’hard-vaudeville alla Brecht di cui i Dresden Dolls stessi ne sono supremi titolari.

Album anche più di gruppo del gruppo madre (oltre alla produzione di Folds, ci sono svariati featuring che aiutano il concept di fondo: la cellista Zoe Keating, Strindberg, l’ex-Dead Kennedys East Bay Ray, Jared Reyonolds, Annie Clark), sprigiona un impenetrabile nugolo di paranoie angosciose che sono perlopiù dettate dalla sua voce, una delle più duttili e toniche degli ultimi anni, e dal vigore maschio dei contrasti schizoidi, delle orchestrazioni angolose e da un’ingombrante, persino selvaggia nudità, cui attinge voluttuosamente. Per quanto riguarda la fattura delle canzoni, nel bene e nel male vi sta una prodigiosa visione da giudizio universale. Il tutto, comprensivo di bonus (tra cui un inedito) è disponibile in ben tre versioni, con lusso crescente.

(16/10/2008)

  • Tracklist
  1. Astronaut (A Short History Of Nearly Nothing)
  2. Runs In The Family
  3. Ampersan
  4. Leeds United
  5. Blake Says
  6. Strength Through Music
  7. Guitar Hero
  8. Have To Drive
  9. What's The Use Of Wond'rin?
  10. Oasis
  11. Point Of It All
  12. Another Year
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