Cesare Basile

Storia di Caino

2008 (Urtovox) | songwriting

Riecco finalmente anche Cesare Basile.
Risolti i comprensibili intoppi burocratici legati al forzato cambio di etichetta (da Mescal a Shinseiki/Urtovox), "Storia di Caino" esce a tre anni di distanza dal meraviglioso "Hellequin Song". E se sembrava che proprio "Hellequin Song" inaugurasse un nuovo ciclo produttivo e musicale del cantautore catanese, "Storia di Caino" ne è la conferma.
Caricate sulle spalle tutte le sonorità sperimentate negli anni passati (il rock di "Stereoscope", il blues di "Closet Meraviglia" e il folk di "Gran Calavera Elettrica"), con la maschera di Hellequin a riparare gli occhi dal sole (mettendo in seria difficoltà nel caso si debba scegliere un singolo radiofonico), Basile è ben avviato sul sentiero del blues del Delta senza imporre o forzare troppo questa scelta, diluendola con altre atmosfere e melodie. Come far convivere pacificamente tanti generi musicali così diversi in un solo lavoro e farne la forza anziché un difetto, è qualcosa in cui Basile è ormai diventato bravissimo.

Lo stesso cantautore definisce questo come un disco sull’assenza e qualcosa sembra davvero mancargli, almeno livello inconscio: in "Storia di Caino", Basile emerge meno come individuo e si affida maggiormente al gruppo che lo accompagna (compresi il piano di Michela Manfroi, che avevamo conosciuto nel disco precedente e il violino di Rodrigo D'Erasmo che fa il suo debutto in formazione) e alla produzione di John Parish. Il risultato è un disco più corale e meno intimista, sia dal punto di vista musicale che da quello delle liriche.

Dove si voglia andare a parare (al Delta, dicevamo) è chiaro sin dall’inizio: “Gli Agnelli” e “A Tutte Ho Chiesto Meraviglia” sono il vento caldo che solleva la terra del deserto prima di una tromba d’aria.
Passato il maltempo, si assaporano melodie più distese, che narrano però di storie sempre inasprite dalle continue difficoltà quotidiane che quella bastarda della Vita non fa altro che scagliarci dal cielo.

Se sono presenti quindi episodi più rilassati (come la dolce “Sul Mondo e sulle Luci”, che probabilmente diventerà la “The Ship Song” di Basile), non mancano momenti feroci (come “Canto dell’Osso” e “Storia di Caino” che piaceranno ai fan dei Dirty Three) ed evocativi (“Donna al Pozzo”).
Il disco si conclude con due brani anomali: atmosfere etno-country milanesi (come descriverla altrimenti?) per “Il Fiato Corto di Milano” e un coro sacro per “Maria degli Ammalati”.

A differenza di "Hellequin Song", tutti i brani sono cantati in italiano, esclusa “What Else Have I To Spur Me Into Love?” interpretata in inglese da Robert Fisher dei Willard Grant Conspiracy.

Un lavoro studiato e in un certo senso poco spontaneo, dove ogni strumento e ogni nota è stata ben meditata senza per questo essere freddo e distaccato.
Un disco ancora meno immediato e orecchiabile rispetto a quanto Basile ci aveva abituati, ma non per questo meno denso e profondo. Un nuovo capitolo da amare e fare proprio, non dimenticando mai di associare il pensiero dell’autore: “Credere è sempre l’atto più grande della promessa d’amore”.

(07/04/2008)

  • Tracklist
  1. Gli Agnelli
  2. A Tutte Ho Chiesto Meraviglia
  3. All'Uncino di un Sogno
  4. Canto dell'Osso
  5. Per Nome
  6. Sul Mondo e sulle Luci
  7. Donna al Pozzo
  8. Storia di Caino
  9. What Else Have I to Spur Me into Love?
  10. 19 Marzo
  11. Il Fiato Corto di Milano
  12. Maria degli Ammalati
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