Fratellis

Here We Stand

2008 (Island) | rock

Strategicamente pubblicato nel pieno di un’estate affamata di nuovi irresistibile refrain usa e getta, giunge in questi giorni nei negozi il secondo atto dell’avventura Fratellis. Dopo il successo multimilionario di “Costello Music”, fortunatissimo e scaltro blockbuster da manuale dell’industria musicale inglese, abile nello sfruttare il vuoto lasciato dalla momentanea inattività produttiva degli Arctic Monkeys e dal vistoso calo di ispirazione di gruppi come Strokes o Razorlight, questo nuovo “Here We Stand” avrebbe dovuto in teoria dimostrare l’effettiva consistenza di una band capace sinora di confezionare un paio di hit parecchio divertenti (“Chelsea Dagger” e “Henrietta”) e un album di interesse molto “relativo”, per quanto ben fatto e prodotto.
Il condizionale in questi casi è d’obbligo viste le alterne fortune e gli oltremodo fluttuanti destini dei gruppi britannici d’ultima generazione. È bene dunque tagliare subito la testa al toro e mettere le mani avanti, affermando che il nuovo album della band di Glasgow altro non è che una riesecuzione (ri-arrangiata, e non sempre così felicemente ) del disco che lo ha preceduto, priva però di potenziali singoli a presa istantanea che possano in qualche modo alzarne le risicate quotazioni.

Potremmo chiamarla sindrome dell’amaro risveglio: aprire gli occhi e guardare la donna che dorme al proprio fianco nella sua verità senza trucchi e astuti imbellettamenti, maledicendo l’avventatezza di una sbronza troppo inebetita dalle proprie euforie per rendersi conto di quello che si stava effettivamente facendo. Anche i Fratellis infilano così la china inesorabile (quanto inevitabile) di una discesa verso la realtà più cruda e prosaica, che nel caso specifico racconta la storia di un gruppo a metà strada tra una versione goliardica e beona dei Libertines  e un’orchestrina di rockabilly melodico infatuata di Chuck Berry e Jerry Lee Lewis. In  mezzo a questi due estremi passa un po’ di tutto: molto glam, con schitarrate possenti di scuola Slade-Status Quo e rintocchi di grancassa schioccanti come zatteroni (“My Friedn John”, “Shameless”), ma anche una passione smodata e sincera per un’idea di classic rock (l’attacco di “A Heady Tale” ricorda da vicino “Simpathy For The Devil” degli Stones, mentre “Babydoll” sembra volata via da uno spartito minore dei Creedence) sempre a un passo dal ripiegarsi sul mero esercizio di imitazione scolastica.
Non mancano neppure spunti palesemente oasisiani (“Look Out Sunshine”) o evidentissime autoparodie (ascoltate l’inizio di “Mistress Mabel”), e nel complesso il disco non tedia, ma nemmeno illumina, proponendo un’ipotesi di rock piuttosto invecchiata e prevedibile, oltre che in evidente ritardo sui tempi.

È difficile prevedere che un disco del genere possa replicare il “miracolo” dell’esordio (e ascoltando le chitarre farraginose e affievolite di “Jesus Stole My Baby” si inizia ad annusare un odore di tombe scoperchiate sul loro vuoto desolante). Se venderà, sarà solo per forza di inerzia e mancanza di fantasia e pigrizia dei suoi eventuali acquirenti.

(31/07/2008)

  • Tracklist
  1. My Friend John
  2. A Heady Tale
  3. Shameless
  4. Look Out Sunshine!
  5. Stragglers Moon
  6. Mistress Mabel
  7. Jesus Stole My Baby
  8. Baby Doll
  9. Tell Me a Lie
  10. Acid Jazz Singer
  11. Lupe Brown
  12. Milk & Money
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