One Day As A Lion

One Day As A Lion

2008 (Anti) | crossover, electro-core

Se ne va via sbattendo la porta e lasciando dietro di sé poche parole di commiato. Poi, quando meno te lo aspetti, ritorna, sfondando a calci quella stessa porta e mettendoti davanti al fatto compiuto.
Nel frattempo sono passati quasi dieci anni e, troppo spesso, per lui hanno parlato gli altri: una ridda frastornante di voci di corridoio, dietrologie, mezzi proclami, appuntamenti mancati, singoli fantasma, master che marcivano nell’ hard-disk di qualche studio di registrazione ecc. ecc.
Lui, d’altronde, è fatto così, personaggio spigoloso e controverso, militante prim’ancora che musicista, dissidente d’altri tempi, uno per cui tutto è politica, anche l’aria che respira o che percuote a furia battute e latrati, uno che se il progetto, ideologico prim’ancora che musicale, che sta alla base non lo convince, non ci mette niente a mandare affanculo tutti, pubblico compreso.
Prendere o lasciare. Per i nostalgici di Bertinotti e del Comandante Marcos c’è sempre il compagno Morello, perfetto radical-chic da salotto.

Ma ora, se ci riusciamo, mettiamo da parte la politica e concentriamoci per un attimo sulla musica: “One Day As Lions”, Ep d’avanscoperta del progetto omonimo di Zack De La Rocha (misteriosamente arrampicatosi fino al n.28 di Billboard ancor prima che i media si accorgessero della sua effettiva esistenza), sembra condensare in soli cinque pezzi tutto il suo travaglio espressivo e gli esperimenti abortiti dal 2000 a oggi. Agit-metal alla RATM con le (un tempo) aborrite tastiere al posto delle chitarre, certo, ma anche suoni ostili e compressi da bunker industriale (Zack e Trent Reznor, quante volte se n’è parlato?), cut essenziali e reiterati che rimandano all’hip-hop (ma senza gli ingombranti scratch e i sample di Dj Shadow) e un'elettronica strumentale che deve qualcosa al post-core (specie nelle percussioni indiavolate dell’unico altro membro fondatore, Jon Theodore).

“Wild International” sembra i Beastie Boys di “Hello Nasty” bersagliati da un’intifada dei Minor Threat; “Ocean View” ha un ritornello mantra che è una via di mezzo fra il Johnny Rotten dei PIL e Jello Biafra su uno staccato ribassato dei Led Zeppelin; in “Last Letter” (un mezzo capolavoro, il primo, speriamo, d’una lunga serie) Zack abbandona il suo flow solforico per declamare al ralenti come un Dylan reporter di guerra al centro di un electro-core kamikaze fra Suicide e Blood Brothers; “If You Fear Dying” è una chiamata alle armi tipo “Signore delle Mosche”; “One Day As Lions”, una mandria apocalittica di sincopi e telluriche vibrazioni elettrostatiche, lanciate al galoppo fra le dune del volume assordante.

Questo è un disco che morde e fugge, vola come una farfalla e punge come un’ape e, per finire con un’altra frase fatta, è molto ma molto meglio di cento giorni da pecora (posto che “cinquanta da orsacchiotto”, come suggeriva il povero Troisi, di questi tempi non sembrano più negoziabili). Speriamo che regga alla distanza.

(11/10/2008)

  • Tracklist
  1. Wild International
  2. Ocean View
  3. Last Letter
  4. If You Fear Dying
  5. One Day As Lions
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