Drones

Havilah

2009 (Atp) | alt-rock

“Havilah” è il quinto lavoro in studio dei Drones, band australiana fra le più interessanti dell’ultima generazione. Il frontman Gareth Libbard e la compagna – la bassista Fiona Kitschin – hanno recentemente acquistato un cottage, dove è avvenuta la genesi compositiva del successore di "Gala Mill", la loro precedente incisione, risalente al 2006.
L’altra metà della ritmica è affidata a Michael Noga, mentre alla chitarra si è verificato l’avvicendamento fra Rui Pereira e il nuovo Dan Luscombe.

Lasciata parzialmente in secondo piano l’aggressività che caratterizzò gran parte dei primi lavori, “Havilah” si presenta come l’opera più waitsiana della loro discografia.
Si continua a respirare un’atmosfera che sa tanto di Bad Seeds e Crazy Horse, ma oggi Libbard e soci cercano di aumentare il numero degli ingredienti per evitare di ripetersi, aggiungendo massicce dosi di cantautorato sofferto e metropolitano in grado di ricordare molto da vicino l’autore di “Swordfishtrombones” e “Rain Dogs”.

L’esperimento è perfettamente riuscito, e “Havilah” può ritenersi il più lavoro più completo dei Drones, con caratteristiche in grado di facilitare l’approccio anche a chi sia poco avvezzo a sonorità fuori dagli schemi mainstream
Questo anche grazie alla presenza di almeno un paio di brani facilmente digeribili: “The Minotaur”, con una intro che non dispiacerà affatto agli amanti dei Queens Of The Stone Age e un outro così dissonantemente Pixies, e una meraviglia intitolata “Oh My”, da candidare subito all’Oscar come best alt-rock song dell’anno.

L’iniziale “Nail It Down” (già pubblicata qualche mese fa in versione Ep, insieme alla già citata “The Minotaur”) è una lunga cavalcata (a tratti struggente), a metà fra il Nick Cave più elettrico e il Tom Waits più dannato, e posta così in apertura dà un in un certo modo il tono all’intero album.
“I Am The Supercargo” ha un andamento secco ed epico, una di quelle canzoni che soltanto delle vere star sono in grado di costruire, arricchita per di più da due soli (uno centrale e uno conclusivo) dissonanti al punto giusto, senza strafare. La stessa giusta misura non si riscontra invece su “Luck In Odd Numbers”, quasi nove minuti di rock swingato (ma sempre con le dovute aperture soniche) tirato un tantino per le lunghe.

Anche quando lo scenario appare superficialmente calmo, sottopelle pulsa vivo un cuore che produce blues elettroacustici intensi e oscuri. E quando le chitarre si lanciano in soli al vetriolo, tutto resta chiaramente sotto controllo, riuscendo a bilanciare in modo naturale i diversi toni del disco.
Fa un certo effetto constatare come ben si coniughi la voce sofferta e dolorosa di Libbard con le trame acustiche e vagamente inquietanti di “Penumbra” e con le sinuose slide che condiscono “The Drifting Housewife”.

I momenti intimistici e rilassati sono senz’altro più numerosi che in passato, e la presenza di brani come “Cold And Sober” e “Careful As You Go” spostano il baricentro del lavoro verso una maggiore serenità complessiva.
Quando poi i giochi sembrano ormai chiusi, sboccia come un fiore nel deserto la conclusiva “Your Acting’s Like The End Of The World”, un inatteso, superbo uptempo pop che fa guadagnare ulteriori punti ad "Havilah" e potrebbe schiudere interessantissimi scenari futuri per la band australiana.

Più equilibrati che in passato, i Drones sfornano una prova di livello superiore, un disco che ha tutte le carte in regola per diventare un classico, in grado di poter suonare immediatamente familiare anche a coloro che per la prima volta si affacciano nell’affascinante mondo di questi signori del nuovissimo continente.

(05/03/2009)

  • Tracklist
  1. Nail It Down
  2. The Minotaur
  3. The Drifting Housewife
  4. I Am The Supercargo
  5. Careful As You Go
  6. Oh My
  7. Cold And Sober
  8. Luck In Odd Numbers
  9. Penumbra
  10. Your Acting’s Like The End Of The World
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