Jon Hassell non deve certo dimostrare niente a nessuno, fosse anche per il solo fatto di aver ideato la fourth-world music, di cui “Vernal Equinox” e “Dream Theory In Malaya” sono rappresentazioni a dir poco grandiose.
Tuttavia, al giorno d’oggi, e di fronte a un’opera sostanzialmente apprezzabile anche se non del tutto convincente, niente vieta di parlare di un periodo “minore” per il musicista di Memphis. Certo, ascoltare il suono di quella tromba (quel suono pieno di vento e polvere, strisciante e intossicato di distanze) fa sempre un certo effetto, ma è nello svilupparsi delle idee che il Nostro si perde spesso in lungaggini o in panneggi privi di una direzione ben precisa.
Del resto, già i precedenti “Fascinoma” e “Maarifa Street: Magic Realism 2” avevano evidenziato una fase di stallo, anche se, a dirla tutta, in questo “Last Night the Moon Came Dropping Its Clothes In the Street”, Jon dimostra di essersi, almeno, riappropriato della sua vera voce, come confermano, dopo un paio di brani sottotono (l’umbratile “Aurora” e gli spettri che agitano il crepuscolo di “Time and Place”), le ombre inquiete di “Abu Gil”, un ostinato di corde, tocchi sparsi di piano elettrico e wah-wah deformi/deformanti.
Essenzialmente crepuscolare, la musica trova, nei momenti in cui l’elemento ambientale entra in rotta di collisione con liquide trame di jazz elettrico, un punto di contatto con le traiettorie eteree dei Weather Report degli esordi (si veda, per esempio, “Blue Period”), rasentando la pura e inconcludente evanescenza nelle vertigini aeree della title track e nel brevissimo bozzetto di “Scintilla”.
Continuando ad alternare le giuste vibrazioni con esalazioni di lirismo poco appariscente e molto di maniera (“Courtais”, “Northline”), il disco trova, comunque, in “Light On Water” una chiusa indovinata, con la tromba che distende il suo lamento su di un discreto tappeto percussivo, qua e là trafitto da bollicine di piano elettrico.
Piacevole ma non essenziale.
06/11/2009
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