Anche per i
Rakes è giunto infine il momento del terzo difficilissimo album e considerato l'amaro destino che ha travolto alcuni dei loro più illustri colleghi, il compito del quartetto londinese, nel caso specifico "sopravvivere", non si preannuncia affatto facile. Dopo un esordio parecchio casinista e incasinato ("Capture/ Release" del 2005, sembra passata un'eternità) con diverse freccette avvelenate nella faretra ("Retreat", "Strasbourg" e "Work Work Work...") e un secondo lavoro molto più pop e ballabile ("
Ten New Messages" del 2007), i Rakes arrivano al nuovo "Klang" senza aver ancora raccolto un successo di proporzioni schiaccianti e con addosso l'ombra fastidiosamente lunga di un onesto gregariato già promesso all'oblio. Forse per questo il gruppo ha deciso di andare in esilio a Berlino, per registrare l'album nuovo in un ex-studio radiofonico della Ddr, sotto la guida illuminata di Chris Zane (in passato già al lavoro con
Walkmen e
Les Savy Fav, che con il loro
punk-funk distonico da giungla metropolitana hanno senz'altro fornito un buon modello cui attingere idee e ispirazione). Il risultato di questa mossa (compiuta, pare, anche come protesta simbolica verso il piattume intellettuale di una scena "londocentrica" sempre più stanca e ombelicale) non è "
Low", ovviamente, ma una galleria di
groove storti e asimmetrici, un sequela assortita di piccole schermaglie
wave in cui tende ad acuirsi e a caratterizzarsi in maniera più definita la ricerca sulle strutture ritmiche che il gruppo aveva già iniziato a impostare nel primo album.
Alan Donohoe, con la sua
allure da segaligno (per non dire anoressico) e blaterante secchione, è senz'altro, insieme a Eddie Argos degli
Art Brut, uno dei pochissimi esponenti dell'attuale scena
indie inglese a non scrivere cose del tutto cretine nei versi delle proprie canzonette un po' sgraziate, e l'impressione che la sua banda si candidi a raccogliere l'eredità dei
Fall di
sir Mark E. Smith nel nuovo millennio si fa a ogni nuovo disco sempre più forte. Ascoltando i pezzi di "Klang" si nota, ad esempio, come il cantante abbia ormai rinunciato quasi del tutto a cantare, ruminando un bolo pastoso di parole e improperi smozzicati che vengono poi risputati con veemenza un po' dove capita, facendo quasi sembrare questi Rakes una incerta via di mezzo tra i
Pere Ubu reinterpretati dalla Bloodhound Gang e una sintesi più compressa e dissonante dei loro pigmalioni
Franz Ferdinand (ascoltate il fitto ciacolìo di "Bitchin' In The Kitchen", "Shakleton" o il singolo "1989"). Le chitarre affilano i denti e i cingoli, randellando i tracciati melodici con
riff caricati a molla, e le fonti già emerse nei dischi precedenti (
Fall su tutti, ma anche
Gang Of Four,
Cure,
Talking Heads,
Josef K,
A Certain Ratio) vengono rielaborate con una consapevolezza più solida e matura.
Se il gruppo ha un pregio, esso è rintracciabile senz'altro in un certo umorismo obliquo e in una mano nervosa e tremolante che sa rendere godibile la grafia filiforme e frastagliata di pezzi come "Mullers Rachet" (ai limiti dell'
hip hop), "That’s The Reason" e "The Light From Your Mac".
Per il resto la band sembra più che altro impegnata nel laborioso tentativo (apprezzabile, anche se per forza di cosa ancora parziale) di messa a punto di un suono scorbutico e riottoso, meno patinato e ruffiano che in passato, in grado di bucare la dorata stupidità della musica più becera e leziosa a suon di sciabolate elettriche e arringhe sguaiate e balbuzienti. La strada da macinare è ancora tanta, ma l'intenzione è lodevole.