The Burning Hell

Baby

2009 ((weewerk)) | melodramatic folk

When I was born I was so surprised I didn’t talk for a year and a half.
(Gracie Allen)

 


“Al mio segnale… scatenate l’inferno!” Se il songwriter canadese Mathias Kom durante le registrazioni di “Baby” si fosse rivolto ai sodali del suo progetto dark-cabaret-folk The Burning Hell utilizzando una frase del genere, si sarebbe calato in un ruolo assolutamente credibile: a distanza di un anno dall’uscita del precedente “Happy Birthday”, infatti, il travolgente folk a tinte scure di The Burning Hell ritorna in una veste più energica e impetuosa, grazie soprattutto a una imponente sezione ritmica, che irrompe festosa nei brani, come a voler prendere parte al “lieto evento”. Che quest’ultimo poi si riferisca alla pubblicazione di nuovo album, alla quotidiana rinascita dell’uomo o alla nascita di un cucciolo in carne e ossa poco importa, e in fondo, del resto, una cosa non esclude necessariamente le altre.

L’ultimo nato in casa Kom si diverte a gattonare in mezzo ai generi più disparati, dal rocambolesco folk-rock di “The Things That People Make, Part 2” al bregovic-iano folk balcanico della strumentale “Mosquito”, passando tra i teatrini da cabaret di “The Berlin Conference” o tra le fragili porcellane da minuetto noir di “Grave Situation, Part 3”. Ma non tutto l’album si mantiene su toni sostenuti: se è vero, come sostiene lo stesso Kom, che “every good album needs a slow song or two”, il cantautore canadese assolve più che egregiamente al suo compito, confezionando con “Everybody Needs A Body (To Be Somebody)” una struggente ballata folk, dove la sua voce cupa e profonda si distende morbidamente su un malinconico tappeto di batteria e armonica.

La nuova creatura di The Burning Hell ha in sé la candida curiosità dell’età infantile e la sarcastica presa di coscienza della maturità, che si fondono in un amaro disincanto. Non a caso “Baby” si apre e si chiude con il pianto di un bambino, simbolo della gioia e della drammaticità che accompagnano indissolubilmente ogni (ri)nascita. E’ piuttosto significativo, a questo proposito, il testo di “Old World”, che esprime con il sorriso sulle labbra la tragica disillusione dell’età adulta contrapposta all’ingenuità della giovinezza (traslate all’infanzia e alla vita uterina, rispettivamente), ergendosi così a canzone-stendardo dell’intero album.

Ancora una volta, come già in “Happy Birthday”, Kom si rivela essere un songwriter più che brillante, coniugando nei suoi testi una spiccata tendenza all’(auto)ironia a una fluente dimestichezza linguistica, una fervida inventiva a una disinvolta abilità scrittoria. Nei racconti di “Baby”, come in quelli del precedente album, la vita danza con la morte in una tragicomica rappresentazione teatrale, intrecciando storie d’amore (“And now all three men and lady have made the trip to Hades/ Their love burns the hottest fires to ash and sends the demons panicking!”) con bozzetti naturalistici (“The baby ant starts as a gleam in the daddy ant eyes/ And all the ants they are going to die”), previsioni apocalittiche (“When the world ends, will it end with a bang? Will the sky turn black? Will we have some time to pack?”) con improbabili amarcord fetali (“And from the uterus I planned out the world I would create/ I’d ride a scooter or a bus and I would go on dates”).

L’album si conclude con la moldypeach-iana “Everything Will Probably Be OK”, che vede Mathias Kom duettare con Jenny “Omnichord” Mitchell, come già accadeva in “Happy Birthday” con “Municipal Monarchs”, ma i sognanti rintocchi del glockenspiel lasciano qui la scena a un asciutto picking degno della miglior tradizione anti-folk. Kom dà sfogo a tutta l’autoironia che possiede, mettendo in discussione tanto la sua musica quanto il suo modo di porsi di fronte alla vita, e nell’andirivieni di botta e risposta con Jennie (la quale in questo frangente fa un po’ l’avvocato del diavolo… e mai definizione fu più calzante!) il frontman di The Burning Hell si avventura in uno dei testi più divertenti della sua intera produzione.
Tra i coriandoli e le stelle filanti di questo conclusivo scambio di battute Mathias trova anche lo spazio per congedare il suo pubblico: “The album’s almost done/ But we had lots of fun”, dice quasi sommerso da un tripudio di Hammond e fiati. Del resto, in un mondo dove tutto è tristezza e desolazione, l’unica vera arma per sopravvivere è non prendersi troppo sul serio.

(16/03/2009)

  • Tracklist
  1. Old World
  2. Dancer/Romancer
  3. Everybody Needs A Body (To Be Somebody)
  4. The Things That People Make, Part 2
  5. Mosquito
  6. Grave Situation, Part 3
  7. Precious Island
  8. Animal Hides
  9. The Berlin Conference
  10. When The World Ends
  11. Everything Will Probably Be OK
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