Dr. Dog

Shame, Shame

2010 (Anti) | pop-rock

Music from Abbey Road. Ovvero, l'immaginifico e ipotetico percorso di The Band dalla grande casa rosa nel Saugerties al celebre Studio 2 dei Beatles.
Levon Helm e soci domiciliati a Londra nel 1968. Un basso Hofner e altri attrezzi del mestiere dei Fab Four scrutano i cinque ragazzi canadesi. George Martin discute da dietro il mixer con Robbie Robertson sull'apporto fondamentale delle armonizzazioni vocali. Il coro è uno strumento musicale imprescindibile, dice. "La voce di Dio". Brian Wilson, ospite inatteso ma non troppo, osserva la scena divertito da una decina di metri. In testa porta un elmetto da pompiere.
Quale esito per una session tanto ambiziosa? Ma soprattutto, come suonerebbe un album così prodotto? Nessuno può dirlo, purtroppo.

Ci provano i Dr. Dog a rispondere a quest'ultima domanda, una domanda che devono essersi fatti più volte, più o meno consciamente.
Undici risposte convincenti che, seppur non raggiungendo le ardue vette artistiche dei loro punti di riferimento, ci consentono di idealizzare positivamente l'influsso creativo nel quale la band opera con efficacia.
Sì, perché se da un lato sarebbe inesatto non constatare le analogie con band come CSN&Y, Beach Boys, Beatles e The Band, altrettanto approssimativo sarebbe non considerare il processo evolutivo del gruppo che, partito da un approccio sostanzialmente low-fi e di pavementiana memoria, ha affinato in corso d'opera il proprio sound, asciugandolo da quelle effimere digressioni in bassa fedeltà, per concentrarsi sul livello compositivo, prediligendo arrangiamenti ricchi ma funzionali.

Se dalle nostre parti i morsi del Dottor Cane non hanno ancora lasciato il segno, diversamente è andata oltreoceano, dove una nutrita schiera di estimatori di tutto rispetto li cita frequentemente come una fra le realtà più interessanti del panorama indipendente americano. Chiedere per conferma a Chris Robinson dei The Black Crowes, che stravede per il combo, o a colleghi del calibro di The Strokes, The Raconteurs e Wilco che hanno esplicitamente voluto come opening band per i loro tour proprio i cinque ragazzi di Philadelphia.

"Shame, Shame" si candida ad essere il momento di maggior finezza compositiva della band, anche grazie all'aiuto di Jim James dei My Morning Jacket, che firma la produzione artistica della title track. Rispetto al brillante lavoro precedente ("Fate" del 2008), forma e sostanza restano essenzialmente invariate, se non per una maggior coesione d'intenti, che si risolve in una riuscita mescolanza fra indie-pop e folk-rock primaverile. Una primavera di fine anni Sessanta, ovviamente. Annunciata per l'occasione dalla fioritura di deliziose armonie vocali, da un soleggiato pianismo ragtime, e da batterie riverberate che dialogano d'intesa con i bassi panciuti, in perfetto stile beatlesiano. Chitarre acustiche ed elettriche si alternano vicendevolmente a seconda del mood, dove un'acustica dal suono vintage lascia il posto al suono tagliente di un fuzz.

In breve, "Shame, Shame". Il disco senza troppe pretese di una band che attinge a piene mani dalla grande tradizione pop, senza certo farne mistero. Ma che ci piace proprio per questo. Per questa sua naturale e trasparente propensione al citazionismo che, qualora decidesse d'abbandonare, le farebbe inevitabilmente correre il rischio di smarrire il suo status vivendi. Non è poco.

(09/05/2010)

  • Tracklist
1. Stranger
2. Shadow People
3. Station
4. Unbearable Why
5. Where'd All The Time Go?
6. Later
7. I Only Wear Blue
8. Someday
9. Mirror, Mirror
10. Jackie Wants A Black Eye
11. Shame, Shame
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