JEREMY JAY - Splash

2010 (K records)
alt-pop, wave

L’ennesimo cantastorie sbarazzino usa e getta regalatoci da myspace, o un vero talento scovato col lanternino da quel furbacchione di Calvin Johnson? Al di là della sua provenienza, Jeremy Jay è senza dubbio un ragazzone che ha tanta voglia di suonare e farci decollare a colpi di ritornelli penetranti e melodie poppy tanto genuine, quanto incisive. Una spontaneità che caratterizza l’ossatura scarna dei suoi bozzetti fin dall’esordio, “A Place Where We Could Go", glamizzata nel secondo preziosissimo lavoro, "Slow Dance", e in definitiva privata nel qui presente “Splash” del desiderio del suo protagonista di voler essere a tutti i costi menestrello lo-fi, cresciuto a pane e Pavement.

Un repertorio che stende gradevolmente, quello del giovane californiano, non c’è che dire. Così come esaltano e divertono i suoi simpatici videoclip domestici sparsi in tutto il web. La finta malinconia che traspare dalle sue corde vocali, a dir la verità mai intonate, nasconde un distacco dalla realtà delle cose solo apparente. C’è una intensità opportunamente regressa, bendata da uno stranire giocoso. L’affondo iniziale, malkumusiano fino al midollo, di “As You Look Over The City”, l’incantevole love-ballad in fragranza Morrissey, “Someday Somewhere”, smorzata in coda da un piano singhiozzante, o l’incipit reediano “A Sliver Of Chance”, confermano appieno il talento da intrattenitore indie per camerette neo-romantiche del buon Jeremy.
L‘irresistibile “Just Dial My Number” e quel suo devastante motivetto trasognato, unite alla nostalgia sixties di “Hologram Feather” e “This Is Our Time”, aggiungono altro sale al delicato impasto pop.

In sostanza, “Splash” è uno di quei dischi da consumare senza girarci troppo intorno. D'altronde, basta osservare lo sguardo di quel timido ragazzotto immortalato in lontananza, per intuire la schietta essenza della sua formula artistica.

05/06/2010

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