Klaxons

Surfing The Void

2010 (Polydor) | space-pop

Rischiava davvero di diventare un piccolo "Chinese Democracy", questo tanto atteso "Surfing The Void". Tre anni di tribolata gestazione, con una chilometrica e sanguinolenta scia di produttori cestinati (tra cui l'illustre Tony Visconti e il fido James Ford), rifiuti clamorosi da parte dei mangiafuoco adirati della major di turno ("too experimental for release" il piccato verdetto della Polydor sulle prime registrazioni consegnate dalla band) e un'isteria da secondo album che sembrava già adombrare lo scioglimento del gruppo per implosione nel nulla, dopo troppo e troppo veloce successo.

Ma, prima di incensare il trio britannico come martire gloriosamente infilzato dagli strali fiammeggianti di un'industria discografica resa più barbara e sadicamente rabbiosa dal presentimento di una fine inevitabile, conviene forse fare un passo indietro. Come gli stessi interessati hanno infatti candidamente ammesso, durante le logoranti sessioni di questo "Surfing The Void" la band ha in pratica imparato a scrivere canzoni attraverso un esercizio di autoanalisi catartica (e certamente non indolore) che, tra tavoli rovesciati e interi album scritti solo per essere distrutti e ricominciati da capo, ha tuttavia condotto il gruppo al livello di (in)consapevolezza testimoniato dal nuovissimo lavoro. Tutti i bookmakers più accreditati davano ormai i Klaxons per agonizzanti o già spacciati, e invece, contro ogni pronostico, i nostri si sono aggrappati con un dito all'ultimo vagone della sopravvivenza, risalendo a cavalcioni sulla propria carriera lanciata a missile contro il nulla e riuscendo pure a regalarsi il lusso di qualche pirotecnica impennata volante.

"Surfing The Void" è un elogio dell'esagerazione a voce alta, un patchwork/decollage deforme di frattaglie e detriti sonori che paiono essere vomitati a getto continuo dal cervello costipato di un Donnie Darko in cura sul lettino del Dr. Who. Si ritrovano tutti i caratteri tipici del gruppo, ma elevati al cubo: cialtroneria new age stregonesca in risonanza stereofonica (che non si capisce mai se è puro inganno parodiante o esaltazione alla Otelma interstellare), fumettacci di fantascienza morbosa di serie Z, e, più in generale, un impasto ribollente di sottoculture pop, rimasticate biascicando proclami millenaristici e arditi rebus di citazioni perse nell'ipertesto multimediale del nostro pazzo mondo contemporaneo. Un videogioco apocalittico che è anche un simulatore di volo che carbura mdma e barocca pacchianeria. Se volete sapere cosa succede se si fanno collidere Ash Ra Tempel, Pink Floyd e Chemical Brothers, oppure Hawkwind, Spacemen 3 e Shamen, eccovi dunque serviti.

In pezzi come il singolo "Echoes" (quasi una riscrittura con tratto più spesso della vecchia hit "Golden Skans"), "Venusia" o "Twin Flames", i bassi si ingrossano, le ritmiche svariano su più registri, e, soprattutto, la nutrita effettistica di sintetizzatori e campionatori esplode in un diapason di colori acidi e membrane di suono che trasformano l'album in una collezione di mini-suite space-prog da dancefloor marziano. Qua e là si spiaccica al suolo qualche meteorite dagli inserti noise (tipo "Flashover"), e il disco tira dritto tra il sospetto di una mirabile baracconata gonfiata di chiacchiere fatue e i lampi di imprevidibilità stravolta e incostante di pezzi come "Valley Of The Calm Trees" (intrecci vocali da mal di mare) o "Future Memories".

Direttamente scagliata al centro del vuoto cosmico della nostra epoca frastornata, la navicella dei Klaxons si lascia trascinare alla deriva, lanciando telegrammi in alfabeti sconnessi che dicono tutto e niente, la verità e il suo contrario. Prendere o lasciare. Prova del secondo album, ad ogni modo, superata.

(27/08/2010)

  • Tracklist
  1. Echoes
  2. The Same Space
  3. Surfing The Void
  4. Valley Of The Calm Trees
  5. Venusia
  6. Extra Astronomical
  7. Twin Flames
  8. Flashover
  9. Future Memories
  10. Cypherspeed
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