Giunta al suo quinto disco, la band di Tortona sfodera la carta di un lunghissimo brano (45 minuti circa) in cui mette a fuoco un po’ tutte le soluzioni musicali, in larga parte di chiara derivazione Seventies, su cui, ormai da un decennio, va fondando la sua missione musicale.
Tra Black Sabbath, Hawkwind, Melvins, psichedelica tout court e voli spaziali, Urlo (basso, voce, synth, effetti), Poia (chitarra, synth, effetti) e Vita (batteria) compongono un affresco potente, ma fin troppo ovvio nel disegno complessivo, quasi che i tre, ormai perfettamente a loro agio con gli strumenti del mestiere, si fossero concentrati sugli elementi più semplicistici del “genere”, tralasciando, ahimè!, la carta della sperimentazione o, quantomeno, di un percorso più o meno avventuroso.
Si parte in sordina, con una linea di chitarra ipnotica, un coro solenne e un organo che fa tanto Pink Floyd circa 1968 (costante, quest’ultima, che ritroveremo durante tutti i momenti più “sospesi” del disco). Man mano, i riff si fanno imponenti, la batteria inizia a pestare e, successivamente, gli assoli spingono il monolite verso altezze siderali. Anche la seconda parte lascia che la tensione si accumuli lentamente, fino a trovare sbocco in un’esplosione doom, cui fa eco quella simil-Electric Wizard della terza. Condita da urla intergalattiche e da assalti chitarristici incendiari, la quarta parte, invece, presenta un mood relativamente più rilassato, quasi a voler preparare a dovere il terreno per il panzer sabbathiano dell’ultimo movimento, con coda di segnali morse intergalattici che trasmettono agli alieni l’identikit di Syd Barrett.
Per appassionati del genere.
29/04/2010
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