Tyler, The Creator

Goblin

2011 (XL) | alt hip-hop, rap

Giovanissimi fiori del male sbocciano nel mefitico sottobosco del south-side di Los Angeles. Tyler, The Creator e i suoi OFWGKTA (o più semplicemente Odd Future) sono la sensazione del momento nei "blocchi" di frontiera che separano l'hip-hop più sperimentale da quello di strada. Nati e cresciuti negli stessi territori di scorribande criminali che all'inizio degli anni 90 assistettero all'ascesa del gangsta-rap, gli Odd Future hanno invaso la scena con una carica impressionante, per qualità e quantità, di uscite individuali e collettive, spesso autoprodotte o pubblicate solo sul web, stimabile attualmente attorno alla quindicina di unità. Col loro frullato ultratossico di abstract rap drenato della sua dimensione metafisica ed intellettuale e trascinato di peso in un contesto post-adolescenziale degradato e autodistruttivo, intrecciarsi collettivo di personalità e personaggi che ricordano le modalità, esteriori più che musicali, del Wu-Tang Clan e horror-core strabordante di fantasie mostruose e psicopatologiche alla Eminem, si sono guadagnati, nel breve volgere di due anni, una ribalta internazionale. Fino a raggiungere la copertina di NME e a toccare il cielo di una major, l'inglese XL, con il secondo album di Tyler, The Creator che del gruppo è il nome più noto nonché il principale produttore.


"Goblin" è un disco che esaspera e iperealizza le caratteristiche del sound di Tyler: l'atmosfera cupa, ammorbante, claustrofobica, le basi taglienti e minimali fatte di bassi tonanti che sostengono in gran parte la ritmica, fra pause e tempi irregolari, beat sparuti e uncinanti, quinte spettrali, composte da brevi frasi di piano, gelide e inquietanti, e scorci di library music, ispessite di synth sporchi e deformati. I testi sono un campionario, ricercato a bella posta, di provocazioni gratuite, immagini sgradevoli da porno-snuff internettiano, un fumetto trash su misura per una versione pezzente, sdentata e abbrutita dei "Kids" di Larry Clark. L'iniziale title track è il manifesto del suo stile: la base scarna, fra vibrazioni electro e suspence di piano, una specie di soundscape che fa da cornice al suo rappin' parlato e aggressivo, la voce bassa e impostata, un soliloquio sboccato e regressivo, parodia una seduta di psicanalisi. Di seguito "Yonkers" assesta un altro colpo da maestro coi bassi profondi e scanditi, il beat altalenante e quel grattare angosciante in sottofondo; testi e formato a parte può ricordare il primissimo Buck 65 ai tempi dei Sebutones.

Fra questi due esempi fondanti si snocciola il resto dell'album, alternando passaggi spigolosi e velatamente industriali ("Radicals", "Golden", "Tron Cat") che riecheggiano i Cannibal Ox e la Def Jux di El-P ad altri più - si fa per dire - distensivi come "She", col tappeto in stile mellotron e persino tracce di melodismo soul, il climax rarefatto ed erotico di "Her", descrizione di un rapporto virtuale che lascia trapelare, dietro l'iperbolica misoginia ostentata in lungo e in largo, una qualche forma di perverso romanticismo, o "Window" tutta incentrata su un bordone di synth e ticchettii metallici. Nonostante altri brani degni di nota come il garage-step di "Transylvania" e la cantilena gotica di "Nightmare", la scaletta sembra perdere un po' quota verso la fine, dove pure la conclusiva "Steak Sauce" riporta il rap ad un formato street-core più tirato e tradizionale.

Un lavoro così esteso (circa 73 minuti), ossessivo e monocromatico che si fa fatica quasi ad arrivare fino in fondo. Forse un po' di sano editing o l'aggiunta di qualche spunto alternativo, di variazioni sul tema, avrebbero giovato alla causa. Tuttavia l'abilità compositiva e l'originalità messe in mostra da questo ragazzino appena ventenne si confermano ragguardevoli. Tali da destare stupore e interesse, aldilà dei contenuti volutamente repellenti e un po' infantili, in chiunque abbia un minimo di familiarità con il genere in questione. Quello di Tyler & soci potrebbe essere il "non luogo" hip-hop di questo decennio, di chi ha appreso i fondamentali di quest'arte, non per le strade del quartiere o attraverso una trasmissione orale e generazionale, ma chiuso nella propria stanza, stagnante di fumo e ormoni maschili, spoglia di tutto a parte quello che serve per sballarsi e registrare musica e video su un laptop, immerso in un immaginario totalmente virtuale, sincretico e digitale.

(15/06/2011)

  • Tracklist
  1. Goblin
  2. Yonkers
  3. Radicals
  4. She
  5. Transylvania
  6. Nightmare
  7. Tron Cat
  8. Her
  9. Sandwitches
  10. Fish/ Boppin' Bitch
  11. Analogh
  12. Bitch Suck Dick
  13. Window
  14. Au79
  15. Golden
  16. Burger
  17. Untitled 63
  18. Steak Sauce
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