Liars

WIXIW

2012 (Mute) | post-punk, elettronica

Quando esce un nuovo disco dei Liars ci si aspetta quasi sempre una nebulosa (e faticosa) acquisizione di consapevolezza. Quasi sempre. Perché evidentemente la coscienza è, nella sua essenza, un punto di non ritorno piuttosto che d'arrivo. Confusi, anoressici di volontà e bulimici di desideri coatti, ci esercitiamo a perdere la cognizione del tempo e del luogo alla ricerca di una fantomica ed utopica allocazione nel migliore dei mondi, cedendo al romanticismo di un possibile lieto fine che, nella sua ricerca spasmodica, invece, scopre vasi di pandora indicibili.
Il pellegrinaggio nel labirinto dell'Essere è molto meno luminoso di quanto si possa pensare, e alla fine è più facile e meno faticoso abituarsi alle tenebre - addolcite, ogni tanto, da qualche zona di penombra - che cercare la luce.

Questa manciata di sensazioni, sospese tra l'evidenza di una copertina oscura, recante una sigla, e l'aspettativa costruita intorno all'ascolto del passato, non inducono certo ad immaginare un nuovo, assolato capitolo nella storia dei newyorchesi. E in effetti così non accade. "WIXIW", sesto album in studio per la Mute, generato in un non-luogo isolato dal delirio urbano - quasi come a prenderne le distanze per studiarlo con maggior distacco - e registrato a Los Angeles, conferma la capacità di modificare la forma senza alterare troppo la sostanza di quella che, da sempre, resta un'oscura poetica del post-Apocalisse.
Smembrando l'ossatura dell'album è immediatamente percettibile un uso privilegiato dell'elettronica, che stavolta diventa matrice fondamentale e sempre più contigua al mood dei più recenti Thom Yorke & co., talvolta in un contrasto più vischioso, netto e sofferto nella tensione e nella pulsione ("No. 1 Against The Rush"), in altri casi apparentemente più accostabile a quell'incedere etereo, per poi rivelare una forza di gravità ben più pesante ("Who Is The Hunter"), sino ad aprirsi a una tessitura più leggera e consanguinea ("His And Mine Sensations").

Se l'esperienza primordiale dei Liars affonda le proprie radici in una serie prolungata di scosse d'assestamento, successive all'apice della scala no-wave, gli anni trascorsi dall'esordio ripescano dal torbido del più oscuro post-punk, complice la co-produzione di Daniel Miller, storico fondatore della Mute, che fa salire il panico sino al ricordo angoscioso del ghigno malefico di Johnny Rotten nella preziosa scatola di metallo ("A Ring On Every Finger", "Brats"). La fedeltà a se stessi, come si diceva, resta comunque inalterata e memorie sfocate dell'antico mood visceralmente catartico e alienante à-la-"Drum's Not Dead" tornano ad affacciarsi e rivendicare la storica importanza ("Octagon").
Malgrado il rilascio tensionale, nella title track la fame d'aria non passa e si dilata in un confuso, avvolgente incubo circolare, scandito da un fragile mantra, epicamente recitato dai rintocchi sui piatti. L'inquietudine della quiete - ché mai nessuna quiete è realmente tale - cala il sipario su quella che non è una fine, ma l'ennesima, enigmatica suggestione ("Annual Moon Words").

Una fragilità desolante permea l'intero album, e messi da parte i sabba e le ossessioni monocordi è forse, come mai prima, nuda, offrendo all'ascoltatore la possibilità di rifugiarsi negli spigoli di un'architettura mentale complessa e seducente.

(20/06/2012)

  • Tracklist
  1. The Exact Color Of Doubt
  2. Octagon
  3. Against The Rush
  4. A Ring On Every Finger
  5. Ill Valley Prodigies
  6. WIXIW
  7. His And Mine Sensations
  8. Flood To Flood
  9. Who Is The Hunter
  10. Brats
  11. Annual Moon Words

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