L’idea è stuzzicante: un album rock dove assoluti protagonisti sono oboe, viola, violoncello, flauto, tromba, trombone, piano, sparute presenze di basso acustico e due brevi apparizioni di chitarra acustica e elettrica (quest’ultima nelle mani del sempreverde Robert Fripp), con nessuna ingerenza di batteria o percussioni, quasi a delineare il tutto come un prototipo di musica neo-sinfonica.
David Singleton (aka the Vicar? O forse solo l’autore dei pezzi, il tutto è avvolto nel mistero) è un musicista temerario, capace di mettere insieme le pagine più ambiziose dei Beatles di Sgt. Pepper e le più ardue trame del progressive-rock, sfidando le regole dell’avanguardia minimalista e del pop-rock lo-fi.
Tutto è magniloquente e sontuoso in “Songbook #1”, il suono è possente nonostante nessuna batteria o basso elettrico vengano in supporto, le melodie sono appiccicose e memorabili sebbene appaiano sfuggenti o ambigue.
Non stupisce che Robert Fripp abbia accolto nella sua etichetta discografica le ambiziose creazioni di David Singleton (in verità co-fondatore dell’etichetta Dgm). Il termine progressive riconquista il suo significato più autentico: la flessibilità della materia lirica e la sua interazione con altre fonti ha lo stesso fascino visionario dei suoi regni cremisi. Quello che vi attende in “Songbook #1” è una lettura inconsueta della cultura rock, le quattordici tracce del progetto Vicar farebbero comunque la gioia di qualsiasi gruppo pop alternativo o dei fautori del folk-psichedelico, ma “Songbook #1” si prende beffa dell’industria discografica evitando anche i cliché dell’anticonformismo.
I canoni, ai quali neanche il progressive-rock è riuscito a rinunciare, sono qui messi fuori dalla porta, l’unica via d’ingresso sono i frutti di quella libertà espressiva del pop-rock spesso ostentata ma a volte sacrificata alla modernità: ed ecco quindi i Beatles di “Eleanor Rigby” e di “She’s Leaving Home” o la Penguin Café Orchestra dell’esordio su Obscure, e ovviamente i King Crimson di “Island” e il Brian Eno post-Roxy Music.
Liberi dalla schiavitù del ritmo le canzoni non rispettano la semantica del pop e del rock d’autore. Prendete ad esempio “Man With A Woman On His Mind”: fiati e orchestra mettono insieme un vaudeville teatral-sinfonico per raccontare la paura di un futuro padre verso le probabili tendenze omosessuali del figlio maschio, per poi cedere il passo al delicato romanticismo di “Forever”, dove la ricerca del paradiso terrestre coincide con le piccole gioie quotidiane.
Il precedente storico più rilevante sembra essere l’eccellente “Apple Venus Vol 1 “ degli Xtc: non a caso l’ex-leader Andy Partridge è stato uno dei fan del progetto grafico-letterario “The Vicar Chronicles” da cui è nato il tutto. Le post-beatleasiane “Inside My Head” e “In Dying Fire” non sfigurerebbero poi in nessun album dei folletti di Swindon.
Non ci sono briciole di rock alternativo o spunti grunge nel progetto Vicar, nulla che voglia lusingare l’ascoltatore con soluzioni ibride o banali: fin dalle prime note di “Girl With The Sunshine” voci e orchestra vengono sbattute in faccia all’ascoltatore senza alcun compiacimento e il paradosso diventa l’unica chiave di lettura.
“Songbook #1” è un album in cui l’egocentrismo dell’autore viene sacrificato alla purezza dell’arte; “Three Sides Of Me” osa varcare i confini dell’operetta e del musical nel solco dei migliori Divine Comedy, mentre “Count Your Blessing” rende tutto più malinconico e confortevole con romantiche nuance orchestrali e la voce penetrante di Andy Yorke (fratello di Thom ed ex-leader degli Unbelievable Truth).
Nonostante un’apparente uniformità stilistica e creativa, tutte le tracce si evidenziano grazie alla sempre accorta scrittura: la bellezza suadente di “The Moony Song” nasce dal perfetto incastro di voci e strumenti con un’apparizione di Robert Fripp tanto fugace quanto geniale, mentre in “That Boy’s Not Cool” si assiste a una inattesa virata verso un soul-ibrido dai cambi di tono repentino, impreziosito da una brillante performance vocale del dimenticato Lewis Taylor.
Le prime note di chitarra acustica di “Twenty Two” sono solo un momentaneo appiglio per un’altra surreale mini-sinfonia per piano e fiati. Più confortevoli e graziose, l’acustica “San Miguel” e il folk medievale di “Lonely Sunday” sfibrano l’autarchia che caratterizza innegabilmente “Songbook #1”, un progetto che può indispettire al primo ascolto ma che darà più di una soddisfazione agli ostinati e agli audaci.
10/01/2014