Con cinque album e quasi un ventennio di carriera alle spalle, gli Against Me! di Tom Gabel rappresentano ormai un’istituzione del “nuovo” punk americano (ri)nato negli anni 90 dalle ceneri del grunge. Mai particolarmente amati dalla critica più esigente eppure consacrati, specialmente negli Usa, da una reputazione e da un successo ragguardevoli che li ha condotti fino ai piani medio-alti delle classifiche di Billboard, pur senza rinnegare l’etica indipendente e militante di fondo. Anche se, va detto, la selvaggia spontaneità sonica degli esordi (da “Reinventing Axl Rose” a “Searching For A Former Clarity”) si lascia nettamente preferire al punk-rock muscolare e mainstream codificato nella seconda metà del decennio scorso sotto l’egida del famoso (o famigerato, a seconda dei gusti) produttore Butch Vig.
Il nuovo lavoro arriva a quattro anni dal fortunato predecessore (“White Crosses”), dopo un radicale cambio di formazione, che ha visto la conferma accanto a Gabel del solo chitarrista James Bowman, e segna il debutto per la Total Treble Music, etichetta di proprietà dello stesso Gabel. Ma rischia di essere ricordato soprattutto per un altro motivo: come esplicita il titolo autobiografico, “Transgender Dysphoria Blues”, è il primo album realizzato da Gabel dopo la scelta, resa pubblica nel 2012, di vivere la propria sessualità come donna transgender e di chiamarsi legalmente Laura Jane Grace.
Strutturato come una sorta di concept (che alcuni hanno generosamente accostato a “Berlin” di Lou Reed) su un tema tanto delicato e personale, “Transgender Dysphoria Blues” racconta attraverso liriche coraggiose e a tratti di grande efficacia e sensibilità il lungo travaglio verso l’accettazione della propria vera identità non solo sessuale (usando anche metafore forti ma tutt’altro che blasfeme, come quella del calvario e della crocifissione come in “Osama Bin Laden And The Crucified Christ”), scandito da solitudine, incomprensioni, sofferenza, speranza e impulsi suicidi (la title track e “Dead Friend”) indotti dall’incrollabile paura di non essere accettati, nemmeno dalle persone amate (“Love Unconditional”), in una società edificata su barriere sociali cementate da ogni sorta di discriminazione e pregiudizio (“True Trans Soul Rebel”, “Drinking With The Jocks”).
Se la qualità dei testi rimane una costante positiva rispetto all’intera produzione degli Against Me!, il principale rammarico che emerge da questo loro ultimo lavoro è che la realizzazione musicale e il livello della scrittura siano complessivamente inferiori e diseguali.
La splendida voce della Grace e la sua performance viscerale e trascinante, ben sostenuta in particolare dal lavoro ritmico di un batterista esperto e discretamente tecnico come Atom Willard (ex-Rocket From The Crypt e Social Distortion), non sempre riesce riscattare il canovaccio di brani troppo spesso adagiati sulle convenzioni del classico hardcore melodico. Se infatti funzionano i rimandi storici e connaturati a Bad Religion (la title track e “Fuck My Life”) e Social Distortion (il quasi cow-punk di “True Trans Real Rebel”, una delle melodie più efficaci e interessanti, e la scrosciante e affilata “Dead Friend”), in diversi brani Grace e i suoi scadono nettamente di tono (nel rockettone street e gonfiato di “Love Unconditional” e “Black Me Out”, ad esempio), trovando una quadratura più personale solo nello screamo tirato e tutto d’un pezzo di “Drinking With The Jocks”, nella distorsione ruvida e allucinata di “Osama Bin Laden Crucified Christ”) o nella più cantautorale e semiacustica “Two Coffins”.
Al di là dei meriti del concept, l’impressione finale che si ha di “Transgender Dysphoria Blues” è quella di un’occasione mancata da parte di un autore (Grace, di fatto quasi one man band) tutt’altro che banale nel suo genere, ma da cui è lecito aspettarsi qualcosa di più.
20/02/2014