Boris

Noise

2014 (Sargent House) | post-rock, drone-metal, shoegaze

Si riposeranno mai i Boris? Troveranno, tra una capatina in sala d'incisione e l'ennesima tournée in giro per il mondo, il tempo per apprezzare le piccolezze del quotidiano, per concedersi un attimo di pura nullafacenza? Domande vane, che chiunque che abbia a cuore le sorti dei più illustri portabandiera del rock made in Japan si sarà posto ripetutamente, anche per puro e semplice gossip. Certo, è vero che nel corso della loro carriera oramai abbondantemente oltre i vent'anni d'attività, di ragioni per scorgere una potenziale flessione nella loro strabordante creatività ve ne sono state ben poche: un camaleantismo diventato ormai distintivo contrassegno, un menefreghismo totale per mode, tendenze o opinioni altrui, e infine un'accorta passione per contrasti e dissimetrie hanno costituito la fortuna di un act tra i più interessanti, spericolati e provocatori del rock mondiale, a cui davvero sembra non mancare mai l'idea giusta per rilanciare la posta e passare la palla ai tanti contendenti in piazza.
Sembra: difficile anche soltanto ricordarsi quand'è stato l'ultimo disco del micidiale terzetto nipponico che difettasse di incisività o anche soltanto della benché minima scintilla, ma prima o poi qualche scivolone capita a tutti, c'è poco da fare. Peccato, perché i presupposti per fare di “Noise” un disco unico (l'ennesimo) del loro tragitto c'erano tutti, ancora una volta: sarà rischioso affermarlo con tanta convinzione, specialmente se si considera che in Giappone la raccolta antologica (che sia best-of oppure summa di vari approcci stilistici poco importa) è da decenni parte integrante, indispensabile, del sistema discografico, ma se mancava qualcosa nel tragitto dei Boris, era proprio questo, il disco che fungesse da riepilogo, da piccolo vademecum capace di abbracciare venti anni di sensazioni e impressioni tra le più difformi in circolazione. Un particolare da poco nella loro discografia, a ben guardarlo, ma che se affrontato con la giusta prospettiva, poteva essere motivo di nuove ri-discussioni e riaggiornamenti stilistici.

E invece no: nell'arco dell'ora scarsa di durata (troppa, considerato l'esiguo nucleo di idee a disposizione), il rivernissage messo in atto dal trio al proprio catalogo sonoro non sposta se non in rarissime occasioni quanto abbondantemente proposto già in passato, sfila anodino e prevedibile come da manuale, con la classe di chi ha dalla propria una perizia tecnica e compositiva di primissimo ordine, ma con la fiacchezza di chi corre con il fiato cortissimo. Poco può quindi l'effetto fritto-misto derivante dalla congerie stilistica compattata negli otto brani del disco; quando ancora il loro versante pop non era stato esplorato a dovere, un disco come “New Album” rappresentava la più fresca delle novita' possibili. Adesso, un pop-gaze al chiaro di luna come quello di “Taiyo No Baka” può al massimo fare il solletico, riuscire a strappare qualche ascolto distratto, per poi finire lì.
Per non parlare del versante heavy, indubbiamente quello che ne ha lanciato il nome in mezzo mondo. Il doom-metal sottolineato dagli enigmatici vocalizzi di Wata ben poco ha della potenza evocativa anche soltanto di un brano qualsiasi di “Pink” (senza andare necessariamente a scomodare il capolavoro “Boris At Last-Feedbacker"), mentre andando a parare in campo hardcore le sfuriate di “Quicksilver”, per quanto reggano tutto sommato bene i loro nove minuti di lunghezza, scivolano via come acqua d'estate, al più arrecando qualche irrisorio graffio superficiale. Insomma, vecchie tigri sono diventate mansuete come gattini.

E quindi, cosa resta di tanto rumore? Paradossalmente, quanto invece allontana il rumore del tutto o quasi da sé, preferendo arrangiamenti meno marcati e puntando convintamente al lato più atmosferico della band, ancora capace a quanto pare di belle incursioni nel settore. Forse fin troppo stiracchiata, eppure forte di spiazzanti cambi di passo e interessanti incastri ritmici (laddove si presentano), “Angel” è tutto sommato una mesta e dolente suite che fiuta odori progressive flirtando al contempo con esili venature ambient. “Ghost Of Romance” sa invece rispolverare con buon profitto quanto già espresso l'anno scorso in “Präparat”, accentuandone il tiro più emotivo e “romantico”.
Insomma, il pilota automatico a questo giro è la prassi. Indubbiamente una sorpresa, per chi della sorpresa ne ha fatto un'arte. Non si tratta però di quella più gradita: un errore di percorso può comunque starci, non sarà di certo una rondine a decretare una reale flessione qualitativa nella produzione dei maestri del rock nipponico.

P.S. L'edizione giapponese del disco, pubblicata dalla Tearbridge, viene venduta con annesso un bonus-cd contenente quattro ulteriori tracce.

(12/09/2014)

  • Tracklist
  1. Melody
  2. Vanilla
  3. Ghost Of Romance
  4. Heavy Rain
  5. Taiyo No Baka
  6. Angel
  7. Quicksilver
  8. Siesta
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