Il 2013 di Liz Harris non ha visto solamente il discutibile “The Man Who Died In His Boat”, ma anche un paio di dischi a nome Raum (“Event Of Your Leaving”) e Slow Walkers (“Slow Walkers”), rispettivamente con Jefre Cantu-Ledesma e Lawrence English, due opere che ridanno linfa all’aspetto collaborativo della compositrice e ne tengono desto l’afflato per le colate droniche, che peraltro ebbe un primo culmine con “Foreign Body” a nome Mirrorring (in coppia con Jesy Fortino aka Tiny Vipers).
Con “Ruins” Harris ritorna alla cadenza annuale del suo progetto principale. “Ruins” è il suo primo disco quasi interamente basato su pianoforte e voce, più precisamente su arpeggi e canto flebile (“Holifernes”, “Clearing”, “Labyrinth”). La qualità misteriosa e galattica dei suoi trascorsi capolavori in bassa definizione risuona solo nella lunga “Made Of Air” (non a caso risalente al 2004).
Non è però il suo “Pink Moon”. Il limpido primo piano e le meditazioni assorte espongono il lato più semplice, se non semplicistico, della sua arte. Seppur denso d’atmosfera, è un album – registrato ad Aljezur (Portogallo) nel 2011 con un 4-piste – melanconico e privo di sforzi drammatici. E’ probabile che un ascoltatore in affinità elettive ne colga la ricchezza di riferimenti (“political anger and emotional garbage”), ma la mano di Harris si sente. Il suo pianoforte irradia fioca luce.
10/10/2014
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