Pjusk / Sleep Orchestra

Drowning In The Sky

2014 (Dronarivm) | ambient-drone

La splendida fotografia in copertina è l'emblema più rappresentativo del contenuto del nuovo gioiello firmato Dronarivm. Vien da porsi come unico interrogativo se marzo fosse il periodo d'uscita migliore per un disco che parla e sa d'inverno già a partire dalle primissime impressioni. Per contro, non bisogna dimenticare che nel profondo della Russia – casa madre della creatura di Dmitry Taldykin – il terzo mese dell'anno è sinonimo, come almeno altri nove su dodici, di gelo, neve e temperature sottozero, e che pure nella scandinava patria di Rune Sagevik e Jostein Dahl Gjelsvik, due delle tre menti dietro a “Drowning In The Sky”, la situazione meteorologica è sostanzialmente la medesima.

Dei Pjusk abbiamo dunque già ultimato la presentazione necessaria, trattandosi di una delle più affascinanti scoperte di quella 12k che nell'ormai non troppo vicino 2007 aveva concesso loro la possibilità di debuttare con l'indimenticabile “Sart” (le cui architetture ritmico-digitali sono qui anch'esse ibernate e scomposte). Non troppe parole in più sono da spendere su Christoper Pegg, trattandosi di un debuttante che cita Murcof, Loscil, Biosphere e addirittura la nuova punta di diamante nostrana SaffronKeira, e condensa il tutto dietro l'eloquente nome-progetto di Sleep Orchestra. Più interessante e funzionale è invece ricostruire l'aneddoto che sta dietro la realizzazione di questo progetto congiunto: incontratisi nel 2012 a Barcellona per tramite dell'amico Juan Diego Burillo, scomparso pochi mesi dopo e a cui questo disco è dedicato, i tre hanno trovato la meta in una cabina immersa nelle nevi delle Alpi scandinave, che hanno trasformato in studio.

Proprio la descrizione di questi paesaggi e di quella sorta di limbo in cui cielo bianco e distese nevose fondono le loro cromature pare essere la missione prima di un disco che soffia gelo in ogni suo drone, a partire dai nove minuti fitti e oscuri dell'opener “Donitsk” che si perpetuano in un flusso corposo e uniforme. La medesima atmosfera avvolge il crepuscolo di “Vansunbarth”, viaggio fra stalattiti e iceberg riprodotto tramite giochi di armonie dalle parti del Tim Story di “Caravan” e sibilli elettronici. Le temperature si abbassano ulteriormente in “Aoleeingal”, affresco di una grotta chiusa da lingue di ghiacciaio, all'interno della quale affiorano segni di vita accennati che al citato Scott Morgan devono effettivamente parecchio - la condivisione di un passaggio su Glacial Movements è l'emblema del contatto tra quest'ultimo e i norvegesi.

L'oscurità che traspare dal notturno liquido di “Daithn” e che trova la sua apologia nell'immersione con risalita di “Skdiv” non è che il riflesso di una desolazione tangibile in tutti e sei i brani, compreso quel “Rionzemef” dove soffi di vento tagliente sembravano avvicinare alle astrazioni artificiali di Raison D'Être.
La luce traspare solo nel conclusivo regalo di Bartosz Dziadosz aka Pleq - oggi peraltro braccio destro di Taldykin nella direzione artistica della stessa Dronarivm - che si mette al banco trasformando “Rionzemef” nel viaggio di ritorno dal cratere di un vulcano al calore di un vicino villaggio sotto forma di archi sintetici. L'ennesima, evocativa sonorizzazione di una stagione che continua a dimostrarsi fra i bacini d'ispirazione primari dell'ambient music odierna.

(01/05/2014)

  • Tracklist
  1. Donitsk
  2. Daithn
  3. Skdiv
  4. Aoleeingal
  5. Rionzemef
  6. Vansunbarth
  7. Rionzemef (Pleq Remix)
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