Young The Giant

Mind Over Matter

2014 (Fueled by Ramen) | power-pop

Non c’è niente da fare: gli Young The Giant piacciono, e anche molto. Avere una pagina Facebook con oltre mezzo milione di follower con un solo album all’attivo rappresenta senza dubbio un vanto che poche, pochissime giovani band possono vantare. Un disco di debutto pubblicato nel 2010 contenente i singoli molto radio-friendly “My Body” e “Cough Syrup”, una serie di tour sold out in tutto il mondo in cui hanno toccato anche l’Italia (un paio di date, una partecipazione al Primo Maggio di Piazza San Giovanni come unica band straniera e l’ospitata ai TRL Awards a Firenze), tanti servizi di shooting fotografici e non molto altro. E così, dopo quasi 4 anni, i cinque californiani capitanati dal vocalist Sameer Gadhia tornano con questo “Mind Over Matter” con l’obiettivo di ampliare ancor di più la loro già considerevole fanbase, perlopiù composta da giovani nostalgici dell’indie del nuovo millennio (quello, per intenderci, che strizza palesemente l’occhio alle radio: Kooks, Noah and the Whale, Peace e altre band più o meno rilevanti che eviterei di ricordare in questa sede).

Quello che cambia rispetto alla leggerezza zuccherosa dell’esordio è l’approccio più serioso e, se vogliamo, ambizioso del progetto. “Mind Over Matter” documenta la metamorfosi di un gruppo che probabilmente si è stufato di suonare nei locali e nei club e che ora vorrebbe prendersi palcoscenici più grossi, un po' sulla scia di Kings of Leon o Incubus. Certo, gli elementi più pomposi - chitarroni effettati che creano atmosfere da soundtrack, percussioni piene e rotonde, voci esageratamente portate al limite, tastierine di contorno e supporto - sono sempre stati una componente fondamentale del loro sound, ma su "Mind Over Matter" risultano fin troppo marcati, rendendo le canzoni sì radiofoniche e ben confezionate, ma allo stesso tempo insipide e artefatte. Se questo sia il risultato di un certo livello di maturità raggiunto dai giovani californiani o di una pura e studiata virata commerciale, non ci è dato sapere.

A dire il vero, l’inizio del disco promette anche bene: l’arpeggio glitch in crescendo dell’episodio iniziale ci introduce all’ariosa e innocente “Anagram”, una specie di corto circuito spazio-temporale fra Smiths e Weezer che funziona. Purtroppo i due singoli “It’s About Time” e “Crystallized” ci riportano mestamente alla realtà di una band appena onesta che si contorce su se stessa alla ricerca di un guizzo creativo che non sempre arriva. Canzoni power-pop con ambizioni anthem-rock dalle melodie piatte e sforzate, spesso eccessivamente sovraprodotte e in certi passaggi pericolosamente tendenti a un certo tipo di emo-core adolescenziale (ricordate i Fall Out Boys?). Gli episodi più lenti e riflessivi “Firelight” e “Camera” non aggiungono granché, se non una decina di minuti supplementari di canti a squarciagola dei fan più irriducibili durante i concerti. E poco importa se in studio c’è Justin Meldal-Johnsen, già produttore di “Hurry Up, We’re Dreaming” degli M83: anzi, il rammarico è ancora più grande.

(18/02/2014)

  • Tracklist
  1. Slow Dive
  2. Anagram
  3. It’s About Time
  4. Crystallized
  5. Mind Over Matter
  6. Daydreamer
  7. Firelight
  8. Camera
  9. In My Home
  10. Eros
  11. Teachers
  12. Waves
  13. Paralysis




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