Albert Hammond Jr

Momentary Masters

2015 (Vagrant) | rock, pop

L'unione fa sempre la forza? A giudicare da quanto accaduto nell'ultimo quinquennio in casa Strokes, qualche dubbio sorge spontaneo. Mentre la formazione newyorkese sembra essersi smarrita in un limbo di pericolosa mediocrità artistica, dopo i fasti degli anni Zero, le sortite individuali dei suoi leader appaiono baciate da un diverso carico di ispirazione, quasi si preferisse coltivare il proprio orticello anziché dare nuova linfa al progetto principale (ammesso e non concesso che sia ancora tale).

Quali che siano le ragioni, le verità nascoste e finanche le prospettive future, a parlare sono – come sempre – i fatti. E se è vero che bastano due indizi per fare una prova, qui ne abbiamo a sufficienza per trarre un paio di somme.
Da una parte c'è Julian Casablancas che, con il recente secondo album “Tyranny”, conferma l'intenzione di trovare nuovi sbocchi al proprio ego artistico, imbastendo per l'occasione anche una backing band nuova di zecca (The Voidz). Dall'altra troviamo Albert Hammond Jr. il quale, uscito faticosamente dal tunnel dell'eroina, come ha avuto modo di raccontare in un'intervista a OndaRock, si ripresenta in chiave solistica con un “Momentary Masters” che va in direzione contraria rispetto alla traiettoria tracciata dal sodale. Scelta che non suonerà del tutto nuova a coloro che avevano avuto modo di ascoltare l'Ep “AHJ” un paio d'anni fa, nel quale era già evidente la scelta di Hammond di non discostarsi troppo dalle sonorità degli Strokes medesimi, rinnegando in parte la pluralità di soluzioni contenute nell'ormai datato “¿Cómo Te Llama?” del 2008.

“Momentary Masters”, che vede il medesimo Hammond cimentarsi in quasi tutti gli strumenti registrati, può dunque essere liberamente interpretato come un ritorno alle origini, una nuova partenza, l'affermazione (definitiva) della paternità di un determinato sound che, piaccia o no, ha fatto epoca - e scuola.
E di punti di contatto con gli Strokes non ne mancano certo in scaletta, a partire dal pop caleidoscopico di “Born Slippy”, che pare uscire dalle session di “Angles”, passando per il garage-pop cristallino di “Caught By My Shadow”, fino agli uptempo sonici “Razor Edge” e “Side Boob”, laddove il modello di riferimento è quello primigenio di “Is This It”.
Una sorta di percorso a ritroso nel proprio passato intervallato da episodi nei quali si abbozzano timide escursioni in territori sonori incontaminati, almeno per Albert jr.. “Power Hungry” si avventura in una sorta di art-rock che si adegua alla lezione dei Foals, sebbene il risultato appaia riuscito a metà. “Don't Think Twice” è l'unica cover del mazzo, un omaggio a Bob Dylan in virtù del quale l'artista newyorkese indossa (momentaneamente) i panni di cantautore. “Coming To Getcha” è un'agrodolce ballata che non lascia il segno, alla pari della parentesi punk di “Drunched In Crumbs”.
L'apice dell'opera è semmai “Losing Touch”, perfetta mediazione tra l'anima pop e quella rock che si chiude all'apice del crescendo.

Tirando le somme, “Momentary Masters” - a proposito, il titolo è ispirato a Carl Sagan – è un album talvolta convincente, altrove imperfetto, conservatore nella forma (al punto da risultare a tratti persino scontato) eppure viva testimonianza di un autore dalla penna agile e le idee chiare. Luci e ombre, in buona sostanza, come già suggerisce la copertina. Più luci che ombre, a dirla tutta.

(20/08/2015)

  • Tracklist
  1. Born Slippy
  2. Power Hungry
  3. Caught By My Shadow
  4. Coming To Getcha
  5. Losing Touch
  6. Don't Think Twice
  7. Razors Edge
  8. Touché
  9. Drunched In Crumbs
  10. Side Boob
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