Haco

Secret Garden

2015 (Nuovo Immigrato) | art-pop, ambient-pop

Ombre, sparizioni, sogni, incantesimi: si potrebbe dire che l'intera carriera di Haco (ben più nota al pubblico internazionale sotto il moniker di After Dinner, la one-woman band collegata al fermento avant-prog degli anni Ottanta) sia stata tutta costruita attorno a questi elementi, permeata da un'evanescenza di fondo che, tra la radezza delle pubblicazioni e il mistero sulla biografia della sua firmataria, ha donato ai progetti della musicista giapponese un'allure ectoplasmatica, un'impalpabilità diventata autentico leit-motiv concettuale.
A questo giro, per il suo sesto album solista, le cose si fanno chiare sin dai titoli dei brani, emersione manifesta di caratteristiche che trovano finalmente uno sbocco fatale anche in musica, e non soltanto nel metodo.
“Secret Garden” è infatti lavoro di immateriale, fluttuante intensità, di ambientazioni frastagliate e illusioni ipnotiche, ricettacolo nel quale far confluire con inquietante delicatezza frammentazioni glitch, asperità noise, suggestioni ambient-drone e una solida anima pop, sì onirica e sfumata ma mai manchevole del dovuto nerbo melodico. Se la duttilità stilistica è sempre stata una caratteristica di spicco nella proposta di Haco, alla volta di quest'album il concetto risulta più palese che mai.

Abile nel non mostrarsi incline a implicazioni emotive di ogni sorta, in una sorta di riservato distacco comunque lontano dal fascino vibrante di una Annabel Lee, la musicista di Kobe applica in dosi eguali distensione e inquietudine, mostra e si ritrae con analoga rapidità, in una strategia della tensione atta a provocare il disorientamento dei sensi. Tra cimenti arditi al confine con il toy-pop di Kazumi Nikaido (“The Halo And Angel Wings”), evanescenze folk sorrette da bordoni di archi e leggerezze downtempo (“A Door In The Dune”), il collante vocale dato dal canto sommesso, volutamente monocorde, di Haco accentua lo straniamento ai massimi livelli, suggerendo false piste alla ricerca di un senso, una meta, che semplicemente non esiste.

Il giardino segreto dell'artista si rivela quindi una proiezione mentale, il tentativo di musicare le architetture impossibili del pensiero in tutta la loro mesmerica immensità, presentandole col minor numero di filtri pregressi. Disarmonie dream-noise su pattern ambient-techno, brillantemente illustrate in “Over The Unfinished Bridge” (che in sostanza dimostrano come il problema dei To Kill A Petty Bourgeoisie fosse nella realizzazione delle proprie idee, non tanto in queste ultime) trovano quindi il proprio spazio, finanche una “logica”, accanto alle ovatte glitch di “Linked In A Dream”, assortite con gusto da ariosi inserti in fascia prog. Allo stesso modo, calde mareggiate dall'oceano possono seguire senza colpo ferire stacchi di elettronica vintage, in una suite dell'inconscio che con uguale senso della giustapposizione funge da anticipazione a mormorii canori manipolati con una classe degna di Akira Rabelais.

In tutto ciò, la progettualità che Haco mostra, nell'illustrare gli ambienti più disparati figurati dalla percezione umana, l'ostinata perseveranza con cui si pone davanti a quest'ardua opera di traduzione dell'inganno, è lo scheletro fondante di un'operazione che sa mostrarsi così soavemente “random” proprio per la severa organizzazione che ne sta alle spalle. In fondo, come per ogni illusionista che si rispetti, la preparazione alla base di un trucco non può che essere meticolosa: giocare con il caos, con le trappole in cui s'imbatte la mente umana, non è mai cosa semplice o immediata. Ha fatto bene, insomma, l'ex-After Dinner ad allestire il suo spettacolo con la calma richiesta: perdersi nei meandri di questo labirinto è un'esperienza non poco gratificante.

(26/01/2016)

  • Tracklist
  1. Over The Unfinished Bridge
  2. Linked In A Dream
  3. The Halo And Angel Wings
  4. Underground
  5. Whitening Shadows
  6. A Door In The Dune
  7. Waves And Illusions
  8. Miracle Moments
  9. Never Get Over
  10. (I Won't) Leave A Trace
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