Moon Zero

Moon Zero

2015 (Denovali) | dark-ambient, drone-noise

Dopo essersi dedicato per anni a curare mastering e registrazioni in studio di altri artisti, l'anno scorso Tim Garratt si è deciso finalmente a dare forma al suo personale progetto musicale. La creatura Moon Zero è giunta nel posto giusto al momento giusto: nel periodo in cui la ricerca sul sacro sta rientrando prepotentemente nelle frequenze della ricerca atmosferica, Garrett si è inventato un act la cui principale peculiarità è proprio quella di registrare nelle chiese, andando dunque a combinare in un unicum uditivo il (non)-suono dell'ambiente e il suono (in senso stretto) della sua strumentazione, calcando la mano sul concetto di musica per ambiente alla maniera di Eno.

Dopo due Ep su velocità alterne ma già indubbiamente indicativi della bontà strutturale del progetto (raccolti e rimasterizzati come di consueto da Denovali all'inizio dell'anno) viene ora il momento della prova del nove: il primo vero parto sulla lunga durata. E la scelta di Garrett di intitolare il disco con il nome del progetto stesso è già di per sé un suggerimento: “Moon Zero” opera la sintesi laddove “Tombs” e “Loss” avevano fatto rispettivamente da tesi e antitesi. Permangono le atmosfere spettrali, le combinazioni di droni e rumore, ma lo sfondo si rivela più compatto, omogeneo, non estraneo a una ricerca più oculata sull'impatto sonoro.

Se dal flusso cosmico disturbato e riverberato di “The Solipsist” emergono a turno AUN e Thisquietarmy, rispettivamente nel suono scuro e magniloquente del fondale e nelle iniezioni di distorsioni sul telaio armonico, l'ouverture dinamica di “Laika” mostra come Garrett non sia certo rimasto indifferente di fronte al successo costante dell'ultimo Ben Frost. A riecheggiare nella liturgia profana di “Expanding Into The Time We Have” sono invece i Troum meno contemplativi, in una tela che si ripresenta intatta in apertura di “Heritage Cult”, prima di venire squarciata a colpi di dissonanze e pece nera.

“A Bevan Rotation”segna invece l'incontro con quella trasfigurazione organica tanto cara al sound design di Tim Hecker, ricoprendo un embrione melodico per synth analogico di layer densi e granulosi. Sacralità e materia si sfiorano con delicatezza, prima che il finale di “Nauru” concluda, lasciando il terreno alle proprie spalle e muovendo di nuovo verso quella componente eterea del cosmo tanto cara a Martin Dumais. Il gergo espressivo di Garrett raggiunge qui, come anticipato in partenza, una sintesi che lo lancia definitivamente come una delle new sensation più talentuose della dark atmosphere contemporanea. Una promessa dunque già mantenuta, la cui avventura non è che appena cominciata.

(05/10/2015)

  • Tracklist
  1. Laika
  2. Expanding Into The Time We Have
  3. The Solipsist
  4. Heritage Cult
  5. A Bevan Rotation
  6. Nauru


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