The Lonely Wild

Chasing White Light

2015 (Entertainment One) | americana, alt-country-pop, indie-rock

Può piacere o meno, ma bisogna ammettere che quel che fanno i Lonely Wild oggi lo fanno in pochi, e nessuno bene come loro: in poche parole, come se i Frames di Glen Hansard, col loro folk tinto di indie-rock e così brutalmente emotivo, fossero nati nei deserti degli Stati Uniti del Sud-Ovest, invece che in Irlanda (“Into Their Mouths”). In “Chasing White Light” trovano anche un’ispirazione che rende il disco vibrante e coinvolgente, dopo il più imbronciato “The Sun As It Comes”.
Il rullante a pieno ritmo e le trombe mariachi di “Snow” portano alla mente il country-pop corale degli Edward Sharpe & The Magnetic Zeros, in un impeto che non risulta stucchevole, ma sincero, nonostante un quiet-loud che ammicca a istanze più mainstream. A tenere il tutto insieme è una ritrovata vena melodica del frontman Andrew Carroll, che guida il gruppo nella tambureggiante, enfatica “Hunted”, con un arrangiamento che trasferisce con successo le atmosfere di “Funeral” nella musica della band, e poi nella traccia migliore del disco, “Scar”, una bella hit che riporta alla mente le magiche atmosfere di un’America sognata di “Homecoming”.

Un’enfasi che sembra appunto fuori tono e che potrà far arricciare il naso ai puristi dell’Americana contemporaneo, sempre più arroccato su un minimalismo espressivo e su stilemi compositivi classici, che Carroll e soci ribaltano qui con eleganza, arricchendo di archi e cori una ballata dal sapore cinematografico come “Blunt The Blade”.
Il gusto per gli arrangiamenti morriconiani, che i Lonely Wild hanno fin dagli esordi, risorge qui nel respiro dei brani e più esplicitamente nel tema di “Into Their Mouths” e della bella title track, che guarda, con un misurato crescendo strumentale, all’epica young-iana. Ottimi anche la progressione e il tema di violino di “Running”, che ricorda ancora “Funeral” per intensità e per lo scambio tra voce maschile e femminile.
Sono ottimi e decisamente cresciuti nel tempo i contributi dei membri della band, con una sezione ritmica in particolare sugli scudi (buono anche il tiro secco di “Free From Harm”). Da sottolineare anche la produzione misurata, affidata a John Vanderslice.

Insomma, un ritorno da tenere in considerazione per la band di Los Angeles, che non teme di “sporcare” il suo Americana con stilemi indie-rock enfatici se vogliamo anche “datati”, ma che trova un’efficacia e un’ispirazione melodica da invidiare. Speriamo sia davvero il momento della consacrazione.

(12/10/2015)

  • Tracklist
  1. Snow
  2. Hunted
  3. Scar
  4. Born
  5. Running
  6. Funeral
  7. Thrown
  8. Into Their Mouths
  9. Blunt The Blade
  10. Free From Harm
  11. Chasing White Light
  12. Echo


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