WILL BUTLER - Policy

2015 (Merge)
alt-pop, alt-rock

Il cosmo dei lavori solisti affarenti agli Arcade Fire si è rivelato sorprendentemente dotto. Anzitutto vi sono gli album solisti dell’arrangiatore Owen Pallett, affogati in un mirabile spleen sinfonico. Vi sono poi le improvvisazioni minimaliste del sassofonista Colin Stetson e la Bell Orchestre di Sarah Neufeld, incline alla Penguin Cafe, e pure un disco in collaborazione dei due, “Never Were The Way She Was” (2015).

Ultimo ma non ultimo, e forse anche più colto, Richard Reed Parry, già nella stessa Bell Orchestre, ha sperimentato con la Kitchener-Waterloo Symphony assieme a Nico Muhly, e persino inciso un album per la Deutsche Grammofon con il Kronos Quartet (“Music For Heart And Breath”, 2014).

Per quanto talvolta pretenziosi e disorganici, questi tentativi sono mostri di ambizione in confronto al sempliciotto “Policy”, debutto del multistrumentista William Butler, fratello minore del frontman Win Butler. Si tratta – né più né meno – di una facile scorsa della new wave vecchia e nuova, già peraltro appannaggio, e con ben altri risultati, della band di provenienza. Il bubblegum dissepolto e clonato, anestetizzato e agghindato alla bell’e meglio di “Witness” è un ottimo esempio di come Butler si accontenti di una prassi consolidata più che di uno stile autentico.

Il vaudeville “Take My Side” è comunque spiritoso e scattante, alimentato da coretti yé-yé. L’unico brano a fargli concorrenza è “Son Of God”, che quantomeno sfrutta la carica a molla dei Violent Femmes.

In “Anna” i versi tartaglianti alla Ramones sono usati per introdurre e intervallare una loffia imitazione di un Joe Jackson d’annata. Anche la David Byrne-iana “Something’s Coming” ci mette sicuramente impegno ed erudizione; ne esce, però, solo un modesto numero disco-dance. Peggio ancora “What I Want”, persa in un’oleografia punk-pop delle più elementari e puerili. Nel salmo-mantra per piano “Sing To Me” poi Butler cerca di mutare in balladeer smaliziato.

La durata esigua qui è un’aggravante. Se l’obiettivo è il revisionismo del pop, quest’album rappresenta solo un terzo di una sua possibile forma compiuta o anche minimamente sensata. Ma Butler non è Elvis Costello e alla fine, tolto qualche intrattenimento di seconda mano, si scivola snellamente nell’irrilevanza. Non pervenuti i crediti aggiuntivi (a parte il batterista degli Arcade, Jeremy Gara).

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17/05/2015

Tracklist

  1. 1. Take My Side
  2. 2. Anna
  3. 3. Finish What I Started
  4. 4. Son Of God
  5. 5. Something’s Coming
  6. 6. What I Want
  7. 7. Sing To Me
  8. 8. Witness

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