Insieme fanno poco più di un quintale ma la furia sprigionata dai loro brani, che in uno stato di alterazione ti porta a immaginare sanguinose risse tra Big Black, Suicide e Scorpion Violente, è paragonabile a un'onda anomala di liquami radioattivi. Inaugurato nel 2012, l'hotel più fetido e sgarrupato dello Stivale ha diffuso nel 2013 la sua prima, omonima brochure curata dalla My Own Private Records di Junior, un volantino in formato 7" nel 2015 e uno split con gli Hallelujah!, uscito per la Maple Death Records.
L'ultima plaquette è "White Man", una perla tossica disciolta in 300 vinili one-sided e licenziata dalla NO=FI Recordings di Toni Cutrone.
Levata la stagnola con la scritta "Who'll Join My Tribe" e assunta la prima dose, si entra di colpo in un violento trip in perfetto stile "Mondo movie", ambientato in Papua Nuova Guinea tra le capanne dei Korowai: scene di cannibalismo rituale, inseguimenti nella foresta pluviale e sacrifici di animali si parano davanti agli occhi in tutta la loro crudezza, e per sopravvivere non resta che accettarlo, quel reiterato invito a "unirsi alla tribù".
Con "White Man (Don't Trust)" si è già in piena crisi d'astinenza, gestita a fatica sui marciapiedi dell'assolata giungla industriale tra spasmi wave e convulsioni post-noise, mentre, in lontananza, i Can travestiti da Whitehouse seviziano e stuprano la loro leggendaria "Mushroom".
L'overdose arriva con i rantoli nucleari di "Edward" e, sì, ce ne andiamo tutti flippati e contenti, ma senza quella botta che ci avrebbe sparato in orbita: la cover di "Self Control" di Raf, che da qualche tempo i Nostri "spacciano" durante i live e che - si narra - sarebbe dovuta comparire nella scaletta di "White Man". Aspettiamo.
(18/08/2016)