Black Lips

Satan's Graffiti Or God's Art

2017 (Vice) | garage, flower punk

C’è stato un momento, attorno alla metà degli anni Zero, in cui i Black Lips sembravano destinati a diventare e a rimanere, almeno in ambito underground, la band garage-rock più importante in circolazione, nonostante o più probabilmente grazie a un’attitudine weird che li collocava tra gli eredi a livello sonoro dei mitici e sgangheratissimi Gravedigger 5 (il loro “All Black And Hairy”, detto per inciso, è tra i più grandi dischi garage di sempre) e degli altrettanto seminali Morlocks, entrambi capitanati dal fantomatico Leighton Koizumi, mentre a livello dei live ripercorrevano le gesta di G.G. Allin con act infuocati e conditi dall’utilizzo improprio di fluidi corporali (dal vomito all’urina) roba, senza scendere in dettaglio, rispetto alla quale la definizione di cattivo gusto assume l’eco di un remoto eufemismo.
Purtroppo per i nostri, le promesse non vennero mantenute a cavallo tra i primi due decenni del secondo millennio per cause svariate che vanno dalla fine dell’effetto sorpresa alla perdita di virulenza lo-fi, fino a un appannamento di ispirazione. Nel frattempo la coincidente emersione di artisti come Ty Segall e The(e) Oh Sees (o come si chiamano attualmente, visto il sempre più assiduo cambiamento di denominazione…), gente talmente iperprolifica e talentuosa da superare la band di Atlanta per quantità e qualità, finì per adombrarne le gesta, tanto che l’uscita di nuovi dischi targati Black Lips non genera già da un po’ una grande attesa e attenzione, e a volte neanche a torto, compreso l’ultimo “Sing In A World That's Falling Apart”, sempre godile ma non esaltante.

L’eccezione allo stato delle cose rimane il disco del 2017, “Satan’s Graffiti Or God’s Art” con il quale la band tenta a suo modo di fare le cose in grande: diciotto brani compresi overture, interludi e finale, pur non trattandosi ovviamente di rock-opera alla Who o concept-album intellettuale, data la natura degli autori. Uscito in sordina, in realtà è il loro miglior risultato dai tempi di “God But Not Evil”, dunque meritevole di recupero in virtù di un eclettismo sfrenato e di un’attitudine selvaggia che richiama i bei tempi degli esordi.
Superato il depistante minuto e mezzo iniziale con sax e coretti da film melò, siamo subito catapultati dalle chitarre arrembanti e dal ritmo da galoppo di “Occidental Front” dinnanzi al caro e vecchio “flower punk”, il loro peculiare stile fatto di riff affilati dal taglio visionario, come se il garage primordiale venisse lasciato a bagno in un brodo lisergico i cui effluvi possono destabilizzare anche il più scafato ascoltatore di acid-rock (“Can’t Hold On”, un inno pervaso dall’insoddisfazione inquieta di una “Satisfaction”), devastando gli arcobaleni psichedelici degli Electric Prunes (l’onirica “In My Mind There’s A Dream) con refrain a metà tra lo scazzo e la potenza elettrica, un po’ come fossero la reincarnazione bizzarra degli Stooges più strafatti (“Squattin In Heaven”, titolo geniale).

Nonostante l’approccio acuminato e aggressivo, c’è grande spazio anche per brani più pop e melodici, come “The Last Cul De Sac”, un ottimo blues-psych-beat che tra tastiere retroattive e ritornello killer dal sopraffino gusto brit potrebbe provenire tanto da un “Ogden’s Nut Gone Flake” quanto da “In It For The Money” (Supergrass), e addirittura sono due le ballate, “Wayne” e, soprattutto, “Crystal Night”, in cui la mimesi ironica con i più innocenti anni 50 rimanda al Frank Zappa doo wop e ancor maggiormente alle analoghe serenate demenziali dei Ramones (stile “I Wanna Be Your Boyfrend”).
In questa alternanza tra attacchi frontali e ganci melodici, rimane chiara un’ascendenza per i Sixties ribadita in “Rebel Intuition”, una sorta di “Subterranean Homesick Blues” ancor più sgangherata e inalberata in un cow-punk a rotta di collo, e ancor più direttamente nella cover (di)storta di “It Won’t Be Long” dei Beatles, in una versione non troppo sacrilega ma stonata al punto giusto.

Se la band sembra compatta e coerente pur in un contesto così variegato, il frontman Cole Alexander conduce i giochi in scioltezza, assumendo a livello concettuale il fascino oscuro e sensuale di Jim Morrison nell’ambiguo invito “Come Ride With Me”, per poi azzannare come un licantropo in “Interlude: Got Me All Alone”, un jazz-rock da locale fumoso con un sudicio sax stile film noir à-la Tom Waits, brano apparentemente fuori luogo ma che in realtà paradossalmente ben si inserisce in questo contesto di bizzarro policentrismo weird, in cui un tripudio di agganci e riferimenti vengono dissacrati sull’altare del flower punk, uno specchio deformante che ricombina gli elementi sbrindellati in maniera grottesca e solo apparentemente contraddittoria.

Probabilmente per i Black Lips sarà difficile risalire la china per riconquistare la vetta della scena garage (eventualità che certo non deprimerà questa ghenga di loser sociopatici), ma se la guerra finirà in una sconfitta, i nostri con questo “Satan’s Graffiti Or God’s Art” hanno dato filo da torcere alle band più in vista del panorama contemporaneo, nella speranza di un ulteriore exploit non escluso da un complesso, nel bene e nel male (vedi la recente “svolta country”), sempre imprevedibile.

(05/06/2021)

  • Tracklist
  1. Overture: Sunday Mourning
  2. Occidental Front
  3. Can’t Hold On
  4. The Last Cul de Sac
  5. Interlude: Got Me All Alone
  6. Crystal Night
  7. Squatting in Heaven
  8. Interlude: Bongo’s Baby
  9. Rebel Intuition
  10. Wayne
  11. Interlude: E’lektric Spider Webz
  12. We Know
  13. In My Mind There’s a Dream
  14. Lucid Nightmare
  15. Come Ride With Me
  16. It Won’t Be Long
  17. Loser’s Lament
  18. Finale: Sunday Mourning
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