Liars

TFCF

2017 (Mute) | avant-rock, songwriter

Quando hai demoni da mettere in musica è l'occasione giusta per scrivere un disco importante. L'ottavo dei Liars trasuda sofferenza, e non potrebbe essere altrimenti: Angus Andrew si è sentito tradito e abbandonato dal compagno di ventura Aaron Hemphill, deciso a ritirarsi dalla partita a pochi mesi dall'altro addio, sancito nel 2014 dal batterista Julian Gross.
La separazione ha segnato profondamente gli ultimi mesi di Andrew, il quale ha deciso di proseguire l'avventura in perfetta solitudine, rifugiandosi in una baita sperduta nella natia Australia, cercando ispirazione nell'isolamento dai clamori luccicanti di New York, Los Angeles e Berlino, le città al centro dei propri interessi per tanti fruttuosi anni.

"TFCF" (acronimo per "Theme From Crying Fountain") è pertanto il primo esperimento solista di Andrew, il quale ha scelto coraggiosamente di non rinunciare alla ragione sociale storica, vincendo la scommessa di continuare a stupire, anche da solo, sterzando rispetto alla direzione puramente elettronica intrapresa nei due lavori più recenti, "Mess" e "WIXIW".
Optando per una forma di rock avanguardistico diversa da ogni altra cosa già fatta in passato, è riuscito a trarre forza compositiva dalle negative vicissitudini degli ultimi mesi trasformando il disagio in undici tracce in cui ha abbracciato un deviato sentimentalismo cantautorale, spesso incentrato sull'inatteso uso della chitarra acustica, ma tenendosi in qualche modo legato al percorso del gruppo, fra beat sintetici ("Staring At Zero") e strutture mai convenzionali.

Il piglio acustico - sempre opportunamente disturbato - è evidente sin dalle prime note dell'iniziale "The Grand Delusional", eloquente nel mostrare lo sconforto per la relazione artistica interrotta. Una chitarra, la voce trattata, i beat electro sopraggiunti a metà traccia, l'estetica lo-fi, le medesime caratteristiche proposte nella successiva "Cliché Suite", condita da malinconiche atmosfere spanish, e poco più avanti in "No Help Pamphlet", prossima al Conor Oberst di "Digital Ash In A Digital Urn".
Altra caratteristica portante di "TFCF" è il massiccio utilizzo di field recordings, suoni della natura e rumorismi assortiti catturati durante le fasi di registrazione tenendo un microfono acceso nella foresta adiacente lo studio. I risultati sono rintracciabili in particolare nelle prime parti di "Face To Face With My Face" ed "Emblems Of Another Story", e nel closing ambient di "Crying Fountain", il mesto addio, un corteo funebre che sancisce il definitivo epilogo di un lungo capitolo esistenziale.

Tutto appare disorientante, frastagliato, lacerato e ricucito, fortemente manipolato in studio, con atmosfere che divengono persino drammatiche in "Ripe Ripe Rot", quasi un volgere lo sguardo all'ultimo dilaniato Nick Cave. Ma dall'auto-imposto isolamento sgorgano anche squarci di "pop" dissonante, concentrati dopo la metà dell'album, dove "No Tree No Branch", l'elettronica lo-fi di "Cred Woes" (quasi un outtake del disco precedente) e il ritmo di "Coins At My Caged Fist" danno respiro, lasciando entrare qualche spiraglio di luce.
Il "Liar" sopravvissuto riesce anche a togliersi la soddisfazione di inviare ai diretti interessati, in forma pubblica, l'istantanea col vestito nuziale immortalata sulla copertina (a dire il vero brutta come poche), con la quale intende raffigurare l'abbandono sull'altare. "TFCF" diviene così il nuovo punto fermo dal quale ripartire per nuovi disegni futuri, la transizione verso nuove free-form song meravigliosamente disallineate.

(01/09/2017)

  • Tracklist
  1. The Grand Delusional
  2. Cliché Suite
  3. Staring At Zero
  4. No Help Pamphlet
  5. Face To Face With My Face
  6. Emblems Of Another Story
  7. No Tree No Branch
  8. Cred Woes
  9. Coins In My Caged Fist
  10. Ripe Ripe Rot
  11. Crying Fountain
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