Spesso fa un po’ impressione leggere chi santifica le band storiche, dichiarando più o meno velatamente: “Non si fa più la musica di una volta”. Fa impressione leggere chi ha perso la voglia di scoprire, cosa più profonda, magari, del semplice, nuovo disinteresse per la musica. Questo per la verità succede anche alle band come insieme di uomini e personalità più o meno annoiate, dal mondo o da se stesse, e non è meno mortificante: quante volte si ha l’impressione che si pubblichino nuovi dischi solo perché non si è trovato niente di meglio da fare?
Coi Nits, così come con altre band che hanno solo sfiorato il vero successo, questo non è forse mai capitato. E questo nuovo disco, “angst”, il loro diciannovesimo e per la verità primo “concept” della loro carriera, è forse la dimostrazione più lampante della loro rinnovata freschezza creativa (certamente più del crooning cameristico e pop di “Malpensa”).
“angst”, dedicato all’Olanda dell’occupazione e del secondo dopoguerra, traduce questa scenografia carica di significato in arrangiamenti puntinistici, nervosi, orientati a un secco avvicendarsi, che non disdegna ridondanze, ricreando una polverosa vita nascosta, o finalmente rifiorente (i tardi Go-Betweens di “Lits-Jumeaux”, l’indie-pop Beatles-iano sfrontatamente spensierato di “Flowershop Forget-Me-Not”).
Il disco si apre con “Yellow Socks & angst”, istrionica piéce che si trasforma, nel ritornello, in refrain natalizio alla East River Pipe, contrappuntato da un semplice organetto (lo stesso dicasi per le note flautate e l’attento dosaggio di synth di “Radio Orange”, che ricorda l’eleganza eurocentrica e decadente degli Apartments). È anche un uso più modesto degli strumenti a suggerire l’ambientazione di una “vita in rimonta”, con campionamenti e rumorismi minuti di sottofondo quasi di stampo “bedroom”, che alleggeriscono il crooning un po’ liso di “Two Sisters”. La memoria rivive così, surrettiziamente, in accenni di “vista con fantasmi” sul Canal Ring, su cui cala la nebbia (“Breitner On A Kleider”), nell’elegia kraut di “Along A German River”, nella wave beffardamente nostalgica di “Pockets Of Rain”.
Viene così disegnato un estroso quadro Momus-iano, che non si cura neanche di apparire diverso da quello che è, oppure, forse, si occupa prima di tutto di apparire, in quella che è prima di tutto una ricerca sonora in sé, che i Nits paiono aver ripreso con grande vigore in “angst”. Forse è questo il segreto della band, che le permette di continuare a suonare interessante anche laddove, in generale, la scrittura scricchiola (dal punto di vista melodico, si rimane in generale più che altro sul “funzionale” al disegno estetico generale, con le dovute eccezioni).
25/09/2017