Pow!

Crack An Egg

2017 (Castle Face) | electro-pop

È curioso, seguiamo i Pow! quasi dal preciso istante in cui hanno iniziato a suonare assieme, eppure fino a ieri ignoravamo che l’acronimo della loro ragione sociale derivasse dall’intestazione del festival losangelino Party Out West, l’evento (mai più replicato) in occasione del quale gli spettatori Byron Blum e Melissa Blue hanno avuto modo di fare conoscenza. Da allora, di anni ne sono passati appena sette, ma la band ha saputo costruirsi una propria credibilità in seno a una scena alternative californiana che ha intravisto presto le sue benemerenze dietro l’originalità di certi arditi recuperi. In Castle Face il padrino John Dwyer non smette di coccolarseli, anche ora che la squadra approda con “Crack An Egg” al difficile terzo album ed è ufficialmente ridotta al binomio di cui sopra, pur avendo ricevuto man forte – dal vivo come in studio di registrazione – dal batterista di Kevin Morby e dei The Babies, Justin Sullivan. Ulteriore prova di questa fiducia che si rinnova, il fatto che a produrli sia ancora l’eminenza grigia e guru di quel mondo, il funambolico Chris Woodhouse.

La cover dionisiaca di “DNS” dei tedeschi 39 Clocks, spiriti affini di quasi quarant’anni fa, fissa in apertura le coordinate di un lavoro che promette d’essere persino più ebbro e sfrenato dei precedenti. Il licenzioso tappeto dei synth della Blue rappresenta un campo d’azione irresistibile per la chitarra sfrontata di Blum e per la sua voce, sorta di proiezione ologrammatica dall’età dell’oro del punk: tastiere come evidenziatori malevoli, sotto il cui incarto ruvido e plumbeo sono custodite caramelle pop al veleno come “Back On The Grid” (che proprio il dialogo tra i due cantanti rende particolarmente irresistibile).
Ancor più che in passato, gli Eighties più algidi e inquietanti sono l’esclusivo allestimento del teatro dei Pow!: la verve schizoide del frontman esce esaltata dalle limpide reiterazioni di una texture sintetica che non si potrebbe immaginare più puntuale o esatta nel proprio schematismo revivalista. Così, tra Moroder, i Suicide e i Devo, le scorribande dei vandali californiani suonano beatamente autistiche e imperturbabili, un po’ come quelle dei Deconstruction Unit qualche anno fa (“The Razor”), anche se la bava alla bocca di ieri sembra esser stata asciugata.

L’effetto-sorpresa è venuto meno, ma le angosciose evocazioni electro-pop e le martellanti ossessioni della casa restano una cifra formidabile del gruppo di San Francisco, oltreché un’evidente fonte di ispirazione per il mentore nel suo diletto collaterale a nome Damaged Bug. Innegabilmente va registrato l’affievolimento della furia selvaggia delle loro prime cose, a fronte di una parziale riconversione verso l’ortodossia ambientale, per un progetto che non sconfessa le fascinose insinuazioni del sophomore ma, un po’ come i TOY su terreni nemmeno così distanti, tradisce un certo narcisistico amore per la classicità del proprio sound.
In effetti a questo giro le marcature dark-narcotiche sono perseguite come un’irrinunciabile necessità espressiva, ovviamente potenziate dalla spigolosa prestanza ritmica della casa e da una disinvoltura easy-listening che contribuisce a rendere intriganti viziose ballate dell’abisso, come il singolo “Necessary Call”. Se l’organo quasi chiesastico (ma cinereo) e il cantato dalle cadenze blande, volutamente inespressivo, tratteggiano in “Runner” una lussuriosa e mortifera litania, idilliaca e guasta a un tempo, ribadendo l’accresciuta attenzione per le atmosfere, lo smaliziato siparietto ragtime schiantato nella title track in un gorgo di aberrazioni à-la Zeigenbock Kopf (per restare alle suggestioni dwyeriane) vale come l’inserto straniante che non può mai mancare, mentre “Cyberattack #3” è esattamente quel che il titolo lascia intendere, una sorta di puntello cibernetico con echi chromiani, che sobilla l’inclinazione della band per un fumoso retro-futurismo.

I frangenti migliori rimangono ad ogni modo quelli in cui Melissa, accantonata la bassa manovalanza decorativista della sua tappezzeria, si concede qualche scampolo di dinamismo e imprevedibilità in più, offrendosi come ideale spalla per le bizzose esternazioni di una elettrica che in questo “Crack An Egg” appare davvero limitata al minimo sindacale. Fa eccezione in tutto e per tutto un congedo che riscopre sul filo di lana il piacere dell’astrazione spacey e si compiace di descrivere la libertà di un volteggio celeste, prima di un tuffo in picchiata senza più maschere o artifici di stile ma con tutta la forza di una capricciosa ostinazione espressiva. L’ingrediente segreto, evidentemente, di una formula che continua a stupire.

(21/02/2017)

  • Tracklist
  1. DNS
  2. Back On The Grid
  3. Castle Of Faith
  4. Necessary Call
  5. Runner
  6. Crack An Egg (Intro)
  7. Cyberattack #3
  8. Color The System
  9. Hello
  10. The Razor
  11. Energy In Motion
  12. Crack An Egg In Honor Of The Human Race
Pow! su OndaRock
Recensioni

POW!

Fight Fire

(2015 - Castle Face)
I figliocci di John Dwyer nella loro appassionante opera seconda

POW!

Hi Tech Boom

(2014 - Castle Face Records)
Un concentrato di garage-rock, punk e new-wave aliena per l'esordio del trio californiano



Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.